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	<title>Commenti per klaatu barada nikto</title>
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	<description>[krautrock never die]</description>
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		<title>Commenti su x Burro di Guido Lusetti</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/28/x-burro/#comment-127</link>
		<dc:creator>Guido Lusetti</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 May 2008 22:44:44 +0000</pubDate>
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		<description>Il disco era stato (ben) recensito dal Mucchio Selvaggio.
Ora non riesco a ritrovare informazioni più precise, nè riguardo al numero, nè  il nome della giornalista che l&#039; aveva redatta.
Complimenti per il blog.
Guido</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il disco era stato (ben) recensito dal Mucchio Selvaggio.<br />
Ora non riesco a ritrovare informazioni più precise, nè riguardo al numero, nè  il nome della giornalista che l&#8217; aveva redatta.<br />
Complimenti per il blog.<br />
Guido</p>
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		<title>Commenti su Strumenti per aprirti la mente di aphexx</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/05/14/strumenti-per-aprirti-la-mente/#comment-126</link>
		<dc:creator>aphexx</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 May 2008 20:12:42 +0000</pubDate>
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		<description>hats off!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>hats off!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Vous n&#8217;avez jamais des noir désir ? di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/10/17/23/#comment-125</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2008 01:28:54 +0000</pubDate>
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		<description>Il 21 luglio 2004, su iniziativia di France- Culture, il gruppo dei Noir Desir ha tenuto a Montpellier un concerto unico di 52 minuti dal titolo “nous n’avons fait que fuir“.
Il lungo poema in versi liberi scritto da Cantat ha permesso ad ognuno dei musicisti del gruppo di mettere alla prova il proprio talento di improvvisatori dando luogo a una performance veramente speciale. A maggio di quest’anno il testo è stato pubblicato dalle  Edition Verticales con allegato il cd del concerto.
E’ un libro sconcertante e stupefacente, vibrante, visionario, poetico.Si riconosce nella scrittura di Cantat quel virtuosismo incantatore, sciamanico, affabulatore che si nota nelle parole delle canzoni più note del gruppo, ma, se vogliamo, in questo breve scritto il linguaggio di Cantat trapassa il petto. Sconvolge con stilettate di spada affilata. Confonde.
La scrittura di Bertrand Cantat è potentissima, un grido di collera, un vomito, un mistico loop psichedelico, con squarci di assoluto lirismo, un capolavoro di urgenza, fluidità e ritmo.
E’ come un viaggio iniziatico su un “bateau ivre” all’interno di paesaggi surreali, fra nebbie incerte, savane minacciose, città devastate in attesa dello scoppio che le raderà al suolo, con echi frequenti che vanno da Brel, a Ferré passando per Rimbaud.
Lo scrittore Bernard Comment, di cui in Italia conosciamo il bel libro “Andirivieni” pubblicatoanni fa da Feltrinelli, scrive nella prefazione:
“ Il en résulte un magnifique et long morceau…psalmodié, caressé, hurlé, brandi, chuchoté…inoubliable“
Naturalmente anche nelle pagine che precedono il breve testo si fa accenno alla tragedia, nel frattempo avvenuta, l’uccisione della compagna da parte di Cantat, l’attrice Marie Trintignant. Omicidio? Follia? “Amour fou” portato alle estreme conseguenze? Tragedia della droga? Si è parlato anche troppo della vicenda e il tempo dei giudizi è finito. C’è una sentenza, Cantat sconta la sua pena.
La tragedia, di certo, ha la sua parte di irrimediabile. Ma ciò che fa grande l’uomo è la memoria dove noi  possiamo serbare il peggio e il meglio, e il peggio, la miseria, la caduta, non cancella le cose più grandi. Forse le rende più problematiche  ma sta a ciascuno, poi, trarre le proprie conclusioni.
Un piccolo estratto di questo testo, purtroppo non ancora disponibile in Italia:

“Pauvre sac d’os et d’excréments, tu te pavanes de l’aube au crépuscule et ce n’est pas danser et ce n’est pas esquisser un pas, ce n’est pas
fouetter l’air d’un geste détaché, ce n’est pas l’elégance loin s’en faut,des lignes si fuyantes qu’on les croyait sans fin quasi-inexistantes…
nous n’avons fait que fuir,
nous cogner dans les angles, nous n’avons fait que fuir, et sur la longue route, des chiens resplendissants, deviennent nos alliés..”

Sia che conosciate o meno il francese, questo testo è capace di catturare e di sedurre, di incatenare in questa esplorazione lunare e delirante di spazi veri e immaginati
luoghi devastati, interiori ed esteriori, in attesa della catastrofe finale.
Qualunque sia la vostra opinione sulla vicenda dell’”uomo Cantat”,  testo è un capolavoro assoluto.

Francesca Mazzucato</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il 21 luglio 2004, su iniziativia di France- Culture, il gruppo dei Noir Desir ha tenuto a Montpellier un concerto unico di 52 minuti dal titolo “nous n’avons fait que fuir“.<br />
Il lungo poema in versi liberi scritto da Cantat ha permesso ad ognuno dei musicisti del gruppo di mettere alla prova il proprio talento di improvvisatori dando luogo a una performance veramente speciale. A maggio di quest’anno il testo è stato pubblicato dalle  Edition Verticales con allegato il cd del concerto.<br />
E’ un libro sconcertante e stupefacente, vibrante, visionario, poetico.Si riconosce nella scrittura di Cantat quel virtuosismo incantatore, sciamanico, affabulatore che si nota nelle parole delle canzoni più note del gruppo, ma, se vogliamo, in questo breve scritto il linguaggio di Cantat trapassa il petto. Sconvolge con stilettate di spada affilata. Confonde.<br />
La scrittura di Bertrand Cantat è potentissima, un grido di collera, un vomito, un mistico loop psichedelico, con squarci di assoluto lirismo, un capolavoro di urgenza, fluidità e ritmo.<br />
E’ come un viaggio iniziatico su un “bateau ivre” all’interno di paesaggi surreali, fra nebbie incerte, savane minacciose, città devastate in attesa dello scoppio che le raderà al suolo, con echi frequenti che vanno da Brel, a Ferré passando per Rimbaud.<br />
Lo scrittore Bernard Comment, di cui in Italia conosciamo il bel libro “Andirivieni” pubblicatoanni fa da Feltrinelli, scrive nella prefazione:<br />
“ Il en résulte un magnifique et long morceau…psalmodié, caressé, hurlé, brandi, chuchoté…inoubliable“<br />
Naturalmente anche nelle pagine che precedono il breve testo si fa accenno alla tragedia, nel frattempo avvenuta, l’uccisione della compagna da parte di Cantat, l’attrice Marie Trintignant. Omicidio? Follia? “Amour fou” portato alle estreme conseguenze? Tragedia della droga? Si è parlato anche troppo della vicenda e il tempo dei giudizi è finito. C’è una sentenza, Cantat sconta la sua pena.<br />
La tragedia, di certo, ha la sua parte di irrimediabile. Ma ciò che fa grande l’uomo è la memoria dove noi  possiamo serbare il peggio e il meglio, e il peggio, la miseria, la caduta, non cancella le cose più grandi. Forse le rende più problematiche  ma sta a ciascuno, poi, trarre le proprie conclusioni.<br />
Un piccolo estratto di questo testo, purtroppo non ancora disponibile in Italia:</p>
<p>“Pauvre sac d’os et d’excréments, tu te pavanes de l’aube au crépuscule et ce n’est pas danser et ce n’est pas esquisser un pas, ce n’est pas<br />
fouetter l’air d’un geste détaché, ce n’est pas l’elégance loin s’en faut,des lignes si fuyantes qu’on les croyait sans fin quasi-inexistantes…<br />
nous n’avons fait que fuir,<br />
nous cogner dans les angles, nous n’avons fait que fuir, et sur la longue route, des chiens resplendissants, deviennent nos alliés..”</p>
<p>Sia che conosciate o meno il francese, questo testo è capace di catturare e di sedurre, di incatenare in questa esplorazione lunare e delirante di spazi veri e immaginati<br />
luoghi devastati, interiori ed esteriori, in attesa della catastrofe finale.<br />
Qualunque sia la vostra opinione sulla vicenda dell’”uomo Cantat”,  testo è un capolavoro assoluto.</p>
<p>Francesca Mazzucato</p>
]]></content:encoded>
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	<item>
		<title>Commenti su Vous n&#8217;avez jamais des noir désir ? di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/10/17/23/#comment-124</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2008 01:27:08 +0000</pubDate>
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		<description>Merci Florent, moi aussie j&#039;aime beaucoup ce texte.  
Noir Désir n&#039;est pas tres connue in Italie, mais je pense que la poésie de Bertrand peut etre apprécié partout dans le monde.

Bonne chance pour la suite! opss... merde!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Merci Florent, moi aussie j&#8217;aime beaucoup ce texte.<br />
Noir Désir n&#8217;est pas tres connue in Italie, mais je pense que la poésie de Bertrand peut etre apprécié partout dans le monde.</p>
<p>Bonne chance pour la suite! opss&#8230; merde!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Vous n&#8217;avez jamais des noir désir ? di saclier</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/10/17/23/#comment-123</link>
		<dc:creator>saclier</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2008 09:41:16 +0000</pubDate>
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		<description>ce texte magnifique vit en ce moment sur le plateau du théâtre de l&#039;Epouvantail, dans le 11ème à Paris et ce pour encore 3 semaines.
J&#039;en suis l&#039;un des comédiens. A très bientôt pour partager la force de ce texte !</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ce texte magnifique vit en ce moment sur le plateau du théâtre de l&#8217;Epouvantail, dans le 11ème à Paris et ce pour encore 3 semaines.<br />
J&#8217;en suis l&#8217;un des comédiens. A très bientôt pour partager la force de ce texte !</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Non di soli primus vivono i chitarristi di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/05/05/non-di-soli-primus-vivono-i-chitarristi/#comment-122</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 May 2008 20:53:25 +0000</pubDate>
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		<description>Sentito poco, mi è arrivato solo ieri dall&#039;America, ma non pensate ai Primus quando lo ascoltate perchè qui, a parte i nomi, si viaggia su binari differenti. Ci sono 3 pezzi musicali in stile quasi dub ed elettronici che sono inframezzati da parti parlate, Larry non so che fa perchè chitarre praticamente non se ne sentono se non raramente qualche riverbero in lontananza (forse suona il basso in qualche traccia?!). Dicevo 3 pezzi, poi 1 lunghissimo solo parlato e 4 tracce demenziali e piuttosto fastidiose: una di 30 secondi, una che volutamente salta continuamente, come se fosse il cd difettato, mentre la terza è la cover stonata di &quot;You are my sunshine&quot; e la quarta, nel finale, con un minuto di batteria su musica tradizionale (natalizia? folkloristica? boh). Brain alla batteria è come al solito incredibile, una macchina da ritmo, che finge qui di fare la drum-machine. Il pezzo migliore è forse il primo, ma certo è difficile valutare un prodotto del genere: solo per veri fans curiosi di sentire cosa combinano i nostri e di accaparrarsi un disco raro (o per appassinati di progetti &quot;storti&quot;), agli altri consiglio di lasciar perdere.
sibil</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sentito poco, mi è arrivato solo ieri dall&#8217;America, ma non pensate ai Primus quando lo ascoltate perchè qui, a parte i nomi, si viaggia su binari differenti. Ci sono 3 pezzi musicali in stile quasi dub ed elettronici che sono inframezzati da parti parlate, Larry non so che fa perchè chitarre praticamente non se ne sentono se non raramente qualche riverbero in lontananza (forse suona il basso in qualche traccia?!). Dicevo 3 pezzi, poi 1 lunghissimo solo parlato e 4 tracce demenziali e piuttosto fastidiose: una di 30 secondi, una che volutamente salta continuamente, come se fosse il cd difettato, mentre la terza è la cover stonata di &#8220;You are my sunshine&#8221; e la quarta, nel finale, con un minuto di batteria su musica tradizionale (natalizia? folkloristica? boh). Brain alla batteria è come al solito incredibile, una macchina da ritmo, che finge qui di fare la drum-machine. Il pezzo migliore è forse il primo, ma certo è difficile valutare un prodotto del genere: solo per veri fans curiosi di sentire cosa combinano i nostri e di accaparrarsi un disco raro (o per appassinati di progetti &#8220;storti&#8221;), agli altri consiglio di lasciar perdere.<br />
sibil</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su x Burro di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/28/x-burro/#comment-117</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 23:25:25 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=63#comment-117</guid>
		<description>Non trovando recensioni posto quella del cd seguente: &quot;Armonico&quot;

Istruzioni per l&#039;uso: è la distanza che ci lega in questo mondo di vicinanze. Un apparente paradosso, la rivendicazione di un assioma intellettuale, più semplicemente la constatazione d&#039;una realtà di fatto. Sia quel che sia, il gioco che Fabrizio Tavernelli e i suoi soci dell&#039;impresa Afa mettono in atto con il loro terzo disco (dopo Nomade psichico e Manipolazioni) non si discosta dall&#039;avvertimento stampigliato tatticamente nella confezione. Il gruppo di Correggio, infatti, riporta a casa l&#039;esperienza (umana, culturale, artistica) consumata di recente tra i Boscimani del Kalahari. E gli echi di quei canti, suoni e rituali in via d&#039;estinzione ricorrono nelle dieci tracce del disco, mescolati alle visionarie suggestioni elettroniche del produttore Eraldo Bernocchi e sovrapposte alla forma-canzone elaborata dagli autori. Ne consegue un lavoro che affascina proprio per l&#039;intricato accumulo di materiali etnici, tecnologici ed armonici intesi ad annullare (spesso felicemente) le distanze fra Africa, Inghilterra ed Emilia. Drum&#039;n&#039;bass, tecnofunk, hip e trip hop, beats sintetici ed esercizi vocali di manipolazioni assortite si aprono al contributo del mago Howie B. in una sorta di &quot;jam cosmica&quot; (Sacralità) mentre il newyorkese Mr.Dead è la &quot;necrovoice&quot; di Presenze. Nella legge del contrappasso, piacciono soprattutto la leggerezza di Onda armonica e la pesantezza della adrenalinica Madicine man.

Flavio Brighenti da Musica di Repubblica (18.03.99)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Non trovando recensioni posto quella del cd seguente: &#8220;Armonico&#8221;</p>
<p>Istruzioni per l&#8217;uso: è la distanza che ci lega in questo mondo di vicinanze. Un apparente paradosso, la rivendicazione di un assioma intellettuale, più semplicemente la constatazione d&#8217;una realtà di fatto. Sia quel che sia, il gioco che Fabrizio Tavernelli e i suoi soci dell&#8217;impresa Afa mettono in atto con il loro terzo disco (dopo Nomade psichico e Manipolazioni) non si discosta dall&#8217;avvertimento stampigliato tatticamente nella confezione. Il gruppo di Correggio, infatti, riporta a casa l&#8217;esperienza (umana, culturale, artistica) consumata di recente tra i Boscimani del Kalahari. E gli echi di quei canti, suoni e rituali in via d&#8217;estinzione ricorrono nelle dieci tracce del disco, mescolati alle visionarie suggestioni elettroniche del produttore Eraldo Bernocchi e sovrapposte alla forma-canzone elaborata dagli autori. Ne consegue un lavoro che affascina proprio per l&#8217;intricato accumulo di materiali etnici, tecnologici ed armonici intesi ad annullare (spesso felicemente) le distanze fra Africa, Inghilterra ed Emilia. Drum&#8217;n'bass, tecnofunk, hip e trip hop, beats sintetici ed esercizi vocali di manipolazioni assortite si aprono al contributo del mago Howie B. in una sorta di &#8220;jam cosmica&#8221; (Sacralità) mentre il newyorkese Mr.Dead è la &#8220;necrovoice&#8221; di Presenze. Nella legge del contrappasso, piacciono soprattutto la leggerezza di Onda armonica e la pesantezza della adrenalinica Madicine man.</p>
<p>Flavio Brighenti da Musica di Repubblica (18.03.99)</p>
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	<item>
		<title>Commenti su x Burro di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/28/x-burro/#comment-116</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 23:24:14 +0000</pubDate>
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		<description>Manipolazioni esce per la serie “Taccuini” collana di musica aliena del Consorzio Produttori Indipendenti. In questa raccolta sono inclusi brani del precedente lavoro “Nomade Psichico” affidati alle cure di remixatori/manipolatori (Ustmamò, Eraldo Bernocchi, Maffia Soundsystem, Gianni Maroccolo, Skin4…). Gli stessi Afa trattano e rielaborano tracce proprie e di altri artisti del Consorzio (CSI, Wolfango, Ci S’Ha). Il concept che ha come tema la bio-genetica, il post-umano, vede inoltre la partecipazione testuale di filosofi, teorici, critici d’arte, scittori (Antonio Caronia, Franco “Bifo” Berardi, Francesca Alfano Miglietti, Arianna Dagnino).

dal sito ufficiale di Tavernelli</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Manipolazioni esce per la serie “Taccuini” collana di musica aliena del Consorzio Produttori Indipendenti. In questa raccolta sono inclusi brani del precedente lavoro “Nomade Psichico” affidati alle cure di remixatori/manipolatori (Ustmamò, Eraldo Bernocchi, Maffia Soundsystem, Gianni Maroccolo, Skin4…). Gli stessi Afa trattano e rielaborano tracce proprie e di altri artisti del Consorzio (CSI, Wolfango, Ci S’Ha). Il concept che ha come tema la bio-genetica, il post-umano, vede inoltre la partecipazione testuale di filosofi, teorici, critici d’arte, scittori (Antonio Caronia, Franco “Bifo” Berardi, Francesca Alfano Miglietti, Arianna Dagnino).</p>
<p>dal sito ufficiale di Tavernelli</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su de-strutturato di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/27/de-strutturato/#comment-107</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 01:16:12 +0000</pubDate>
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		<description>Merlin è noto soprattutto per la sua eccellente attività di studioso (Miles Davis, ma non solo) e per essere la dinamo inarrestabile di diversi progetti musicali che vanno dal dixieland rivisitato alla sperimentazione fra rock e zappismi vari, versante che possiamo ben apprezzare in questo album. Al di là di qualche sporadica collaborazione esterna, i diciotto brani (comprese le cover di &quot;Little Wing&quot; e di &quot;Darn That Dream&quot;) sono stati realizzati integralmente dallo stesso Merlin, che ci tiene a sottolineare, nelle note di copertina, che l&#039;album non contiene suoni provenienti da sintetizzatori e tastiere. Ascoltandolo ci torna in mente la definizione del cinema che il grande Alfred Hitchcock donava all&#039;attento François Truffaut: non un trancio di vita, ma un trancio di torta. Ecco, in questo caso, la torta preparata amorevolmente da Enrico Merlin, contiene veramente di tutto, da sampler malandrini a elucubrazioni siderali, da voci rubate chissà dove ad assoli straripanti di appassionata conoscenza di mille universi musicali. Ma il tutto è amalgamato perfettamente e il sapore complessivo riesce ad essere ben definito e personale, come è giusto che sia. Davvero notevole.
www.allaboutjazz.com

Si parte con il suono della steel guitar poggiata sulle ginocchia, nuda e cruda, a cercare le note, e capiamo che c’è un viaggio che ci attende. Un percorso segnato dal richiamo per il blues sporco, contaminato dall’elettronica, come forma semi improvvisativa, ma anche da una perizia tecnica e da una lucidità quasi Frippiana. Enrico Merlin nasce a Milano nel 1964. Attualmente fa parte di diverse formazioni, tutte di area jazz, che spaziano dal ragtime all’avanguardia... diciotto brani che testimoniano una ricerca timbrica di alto livello. Non solo multilayering chitarristico, ma manipolazione sonora a 360 gradi, attraverso il trattamento di spezzoni rumoristici, frammenti radiofonici e musicali. Un patchwork sonoro che viaggia spesso in un clima irreale e sospeso, come dimostra la straniante dinamicità di un brano come Dust from a Crusher. Eppure, proprio quando sembra di aver afferrato il bandolo della matassa, di aver penetrato i segreti di questo lavoro, ecco gli squarci acustici che non ti aspetti (Serenata Interrotta), ecco il taglio deliziosamente funky latino di Electrician, Don’t Be Afraid of the Dark, la delicata dedica ai figli di More than Water in the Ocean, la cover di Little Wing di Jimi Hendrix appesa a una chitarra satura e whawhata. 
Paolo Carnelli</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Merlin è noto soprattutto per la sua eccellente attività di studioso (Miles Davis, ma non solo) e per essere la dinamo inarrestabile di diversi progetti musicali che vanno dal dixieland rivisitato alla sperimentazione fra rock e zappismi vari, versante che possiamo ben apprezzare in questo album. Al di là di qualche sporadica collaborazione esterna, i diciotto brani (comprese le cover di &#8220;Little Wing&#8221; e di &#8220;Darn That Dream&#8221;) sono stati realizzati integralmente dallo stesso Merlin, che ci tiene a sottolineare, nelle note di copertina, che l&#8217;album non contiene suoni provenienti da sintetizzatori e tastiere. Ascoltandolo ci torna in mente la definizione del cinema che il grande Alfred Hitchcock donava all&#8217;attento François Truffaut: non un trancio di vita, ma un trancio di torta. Ecco, in questo caso, la torta preparata amorevolmente da Enrico Merlin, contiene veramente di tutto, da sampler malandrini a elucubrazioni siderali, da voci rubate chissà dove ad assoli straripanti di appassionata conoscenza di mille universi musicali. Ma il tutto è amalgamato perfettamente e il sapore complessivo riesce ad essere ben definito e personale, come è giusto che sia. Davvero notevole.<br />
<a href="http://www.allaboutjazz.com" rel="nofollow">http://www.allaboutjazz.com</a></p>
<p>Si parte con il suono della steel guitar poggiata sulle ginocchia, nuda e cruda, a cercare le note, e capiamo che c’è un viaggio che ci attende. Un percorso segnato dal richiamo per il blues sporco, contaminato dall’elettronica, come forma semi improvvisativa, ma anche da una perizia tecnica e da una lucidità quasi Frippiana. Enrico Merlin nasce a Milano nel 1964. Attualmente fa parte di diverse formazioni, tutte di area jazz, che spaziano dal ragtime all’avanguardia&#8230; diciotto brani che testimoniano una ricerca timbrica di alto livello. Non solo multilayering chitarristico, ma manipolazione sonora a 360 gradi, attraverso il trattamento di spezzoni rumoristici, frammenti radiofonici e musicali. Un patchwork sonoro che viaggia spesso in un clima irreale e sospeso, come dimostra la straniante dinamicità di un brano come Dust from a Crusher. Eppure, proprio quando sembra di aver afferrato il bandolo della matassa, di aver penetrato i segreti di questo lavoro, ecco gli squarci acustici che non ti aspetti (Serenata Interrotta), ecco il taglio deliziosamente funky latino di Electrician, Don’t Be Afraid of the Dark, la delicata dedica ai figli di More than Water in the Ocean, la cover di Little Wing di Jimi Hendrix appesa a una chitarra satura e whawhata.<br />
Paolo Carnelli</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Una fantastica scoperta di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/22/una-fantastica-scoperta/#comment-106</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 23:42:43 +0000</pubDate>
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		<description>One of the greatest albums ever from Caetano Veloso -- a rare all-English language set, recorded in London during the years of his exile! The post-Tropicalia set is a fair bit different than any other Veloso album we can think of -- not just because of the English language, but also because the approach is somewhat gentle, and almost folksy at times -- a real change from his experimental modes of the late 60s, and easily his most personal statement to date. The tunes are incredibly beautiful -- filled with themes of loss and longing that no doubt come from his separation from Brazil -- and although a few tunes feature light strings from Phil Ryan, most of the backings are relatively light, and almost acoustic.

http://www.discogs.com/user/JOECOOOL

or another interesting review here:
http://www.allmusic.com/cg/amg.dll?p=amg&amp;sql=10:0ifrxq8jldfe</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>One of the greatest albums ever from Caetano Veloso &#8212; a rare all-English language set, recorded in London during the years of his exile! The post-Tropicalia set is a fair bit different than any other Veloso album we can think of &#8212; not just because of the English language, but also because the approach is somewhat gentle, and almost folksy at times &#8212; a real change from his experimental modes of the late 60s, and easily his most personal statement to date. The tunes are incredibly beautiful &#8212; filled with themes of loss and longing that no doubt come from his separation from Brazil &#8212; and although a few tunes feature light strings from Phil Ryan, most of the backings are relatively light, and almost acoustic.</p>
<p><a href="http://www.discogs.com/user/JOECOOOL" rel="nofollow">http://www.discogs.com/user/JOECOOOL</a></p>
<p>or another interesting review here:<br />
<a href="http://www.allmusic.com/cg/amg.dll?p=amg&amp;sql=10:0ifrxq8jldfe" rel="nofollow">http://www.allmusic.com/cg/amg.dll?p=amg&amp;sql=10:0ifrxq8jldfe</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Una fantastica scoperta di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/22/una-fantastica-scoperta/#comment-105</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 23:39:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=61#comment-105</guid>
		<description>Nato a Salvador de Bahia, Caetano Veloso è uno dei principali artisti brasiliani, se non il più importante tra i contemporanei. A lui, sin dagli inizi della sua carriera, è toccato il compito di ricomporre la tradizione musicale brasiliana e proiettarla nel futuro. Se l’esordio in coppia con Gal Costa (Domingo del ’67) appare come una tardiva estensione della bossanova, già con il secondo disco Caetano elettrifica la MPB (sigla che sta per Musica Popolare Brasiliana) e la arricchisce di elementi provenienti dalla cultura pop, dal cinema - suo grande amore - dalla letteratura (Pessoa, Proust, Wilde, la scuola modernista di San Paolo), elaborando così una nuova estetica,e avviando la rivoluzione del Tropicalismo.
Il disco manifesto TROPICALIA, realizzato con la complicità di Gilberto Gil, gli ‘Os Mutantes’ di Rita Lee, Tom Zé, il poeta Torquato Neto ed altri concretizza la filosofia onnivora della nuova musica brasiliana che da allora non sarà più la stessa.
il movimento tropicalista ha anche il merito di riscoprire alcuni miti del passato: l’icona un pò sbiadita di Carmen Miranda; Carlos Gardel mito del tango argentino; Noel Rosa, compositore degli anni’30 etc. Nel corso della sua carriera Caetano approfondirà tutto ciò perdendo in alcuni periodi impeto ‘rivoluzionario’ ma guadagnando nella qualità delle composizioni e delle interpretazioni. La voce timida degli inizi acquisterà col tempo sicurezza, sensualità e lo avvicinerà ben presto alle vette interpretative del suo grande maestro Joao Gilberto.
Miracolosamente tra le mani di Caetano tutto questo bagaglio di influenze musicali e la sua attitudine multiculturale risulta alla fine estremamente naturale perché egli è figlio di una cultura autenticamente popolare come quella bahiana tutta intrisa di sapori d’Africa.

www.rockol.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Nato a Salvador de Bahia, Caetano Veloso è uno dei principali artisti brasiliani, se non il più importante tra i contemporanei. A lui, sin dagli inizi della sua carriera, è toccato il compito di ricomporre la tradizione musicale brasiliana e proiettarla nel futuro. Se l’esordio in coppia con Gal Costa (Domingo del ’67) appare come una tardiva estensione della bossanova, già con il secondo disco Caetano elettrifica la MPB (sigla che sta per Musica Popolare Brasiliana) e la arricchisce di elementi provenienti dalla cultura pop, dal cinema &#8211; suo grande amore &#8211; dalla letteratura (Pessoa, Proust, Wilde, la scuola modernista di San Paolo), elaborando così una nuova estetica,e avviando la rivoluzione del Tropicalismo.<br />
Il disco manifesto TROPICALIA, realizzato con la complicità di Gilberto Gil, gli ‘Os Mutantes’ di Rita Lee, Tom Zé, il poeta Torquato Neto ed altri concretizza la filosofia onnivora della nuova musica brasiliana che da allora non sarà più la stessa.<br />
il movimento tropicalista ha anche il merito di riscoprire alcuni miti del passato: l’icona un pò sbiadita di Carmen Miranda; Carlos Gardel mito del tango argentino; Noel Rosa, compositore degli anni’30 etc. Nel corso della sua carriera Caetano approfondirà tutto ciò perdendo in alcuni periodi impeto ‘rivoluzionario’ ma guadagnando nella qualità delle composizioni e delle interpretazioni. La voce timida degli inizi acquisterà col tempo sicurezza, sensualità e lo avvicinerà ben presto alle vette interpretative del suo grande maestro Joao Gilberto.<br />
Miracolosamente tra le mani di Caetano tutto questo bagaglio di influenze musicali e la sua attitudine multiculturale risulta alla fine estremamente naturale perché egli è figlio di una cultura autenticamente popolare come quella bahiana tutta intrisa di sapori d’Africa.</p>
<p><a href="http://www.rockol.it" rel="nofollow">http://www.rockol.it</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su chi manca? &#8230; bop di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/18/60/#comment-104</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2008 21:43:05 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=60#comment-104</guid>
		<description>Addio Betty Carter, ultima regina del jazz classico Se ne e&#039; andata l&#039;ultima delle grandi vocalist del jazz classico: Betty Carter, nome d&#039;arte di Lillie Mee Jones. Aveva 68 anni ed era malata da tempo, ma lo nascondeva con naturalezza e continuava a cantare. Era nata a Flint nel Michigan e aveva studiato pianoforte al Conservatorio di Detroit dove aveva cominciato anche a frequentare una chiesa battista, non per fervore religioso, quanto per potersi unire al coro. Appena diplomata, Lionel Hampton l&#039;aveva accolta nella sua Big Band. Poi lei aveva preferito lasciare l&#039;orchestra per essere piu&#039; libera. Cosi&#039; aveva incontrato Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, tutti i grandi che ne apprezzavano il dinamismo, quel suo modo stralunato di vocalizzare, di prendere uno standard e rivoltarlo completamente. I suoi anni erano dominati da Ella Fitzgerald, da Sarah Vaughan, da Carmen McRae e non era facile farsi strada davanti a quelle tre regine, ma mentre le grandi cedevano spesso alle lusinghe dei discografici, lei era inflessibile: cantava solo come si sentiva. Qualcuno aveva cominciato a chiamarla &quot;Adolf delle SS&quot;, anche per la disciplina ferrea che imponeva ai suoi accompagnatori. Altri l&#039;avevano invece ribattezzata &quot;Betty Be Bop&quot; per la sua fede nel nuovo jazz dei Parker e dei Gillespie. E al be bop e&#039; sempre rimasta legata entrando addirittura nel mito: grazie ai suoi scat, ai suoi improvvisi cambi di tempo, alla carnalita&#039; bluesy dei suoi timbri ombrosi, sensuali che poi svettavano in acuti e trilli laceranti. Amava le avventure impossibili come quando nel 1961 si era presentata all&#039;Apollo, in Harlem, con lo stesso programma che aveva proposto poche sere prima Ray Charles e il celebre soul man l&#039;aveva invitata a incidere con lui. La sua vita privata e sentimentale era trascorsa come il suo canto: inquieta. Diceva lei stessa che il suo unico rifugio era il canto. E, cosi&#039;, si e&#039; esibita fino all&#039;ultimo. Vittorio Franchini

Franchini Vittorio (28 settembre 1998) - Corriere della Sera</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Addio Betty Carter, ultima regina del jazz classico Se ne e&#8217; andata l&#8217;ultima delle grandi vocalist del jazz classico: Betty Carter, nome d&#8217;arte di Lillie Mee Jones. Aveva 68 anni ed era malata da tempo, ma lo nascondeva con naturalezza e continuava a cantare. Era nata a Flint nel Michigan e aveva studiato pianoforte al Conservatorio di Detroit dove aveva cominciato anche a frequentare una chiesa battista, non per fervore religioso, quanto per potersi unire al coro. Appena diplomata, Lionel Hampton l&#8217;aveva accolta nella sua Big Band. Poi lei aveva preferito lasciare l&#8217;orchestra per essere piu&#8217; libera. Cosi&#8217; aveva incontrato Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, tutti i grandi che ne apprezzavano il dinamismo, quel suo modo stralunato di vocalizzare, di prendere uno standard e rivoltarlo completamente. I suoi anni erano dominati da Ella Fitzgerald, da Sarah Vaughan, da Carmen McRae e non era facile farsi strada davanti a quelle tre regine, ma mentre le grandi cedevano spesso alle lusinghe dei discografici, lei era inflessibile: cantava solo come si sentiva. Qualcuno aveva cominciato a chiamarla &#8220;Adolf delle SS&#8221;, anche per la disciplina ferrea che imponeva ai suoi accompagnatori. Altri l&#8217;avevano invece ribattezzata &#8220;Betty Be Bop&#8221; per la sua fede nel nuovo jazz dei Parker e dei Gillespie. E al be bop e&#8217; sempre rimasta legata entrando addirittura nel mito: grazie ai suoi scat, ai suoi improvvisi cambi di tempo, alla carnalita&#8217; bluesy dei suoi timbri ombrosi, sensuali che poi svettavano in acuti e trilli laceranti. Amava le avventure impossibili come quando nel 1961 si era presentata all&#8217;Apollo, in Harlem, con lo stesso programma che aveva proposto poche sere prima Ray Charles e il celebre soul man l&#8217;aveva invitata a incidere con lui. La sua vita privata e sentimentale era trascorsa come il suo canto: inquieta. Diceva lei stessa che il suo unico rifugio era il canto. E, cosi&#8217;, si e&#8217; esibita fino all&#8217;ultimo. Vittorio Franchini</p>
<p>Franchini Vittorio (28 settembre 1998) &#8211; Corriere della Sera</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su da non confondere col bromuro di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/12/59/#comment-103</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2008 17:30:30 +0000</pubDate>
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		<description>Dopo due demo autoprodotti, nel 1999 gli Zu partoriscono Bromio, in cui al trio si aggiunge anche il trombettista Roy Paci. Difficile etichettare questo lavoro: per darne però un’idea potremmo definirlo jazz-core, noise, una bomba dai suoni sincopati, stacchi precisissimi, un mix perfettamente equilibrato fra tutti gli strumenti. Poco più di mezz’ora per undici brani esplosivi, dei quali il primo è un ottimo assaggio deflagrante; emblematico è il titolo di questo primo pezzo, Detonatore: il sax, la tromba, la batteria, il basso si tengono per mano durante tutta la stravagante canzone, si interrompono, riprendono a suonare insieme, il tutto con una precisione degli stacchi e delle pause da veri maestri. Impossibile non sentire in tutto l’album l’inflenza del grande John Zorn, uno dei più eclettici musicisti e compositori, noto in particolare per i suoi progetti jazz-sperimentali. Lo stesso John Zorn tra l’altro ha detto a proposito degli Zu che questi ultimi sono stati in grado di creare una musica così potente ed espressiva da poter spazzare via ciò che molti gruppi fanno al giorno d’oggi.

Dopo il bellissimo brano d’apertura l’album prosegue seguendo questo stile particolarissimo, fino ad arrivare ad uno dei più bei pezzi del lavoro, Zu Circus, il quinto: un mix di momenti caratterizzati sempre da perfetti incroci fra gli strumenti, pause scandite anche da un secco urlo che ordina di ricominciare a suonare, ordina di riprendere la masnada musicale. La tensione creata da questo album in cui gli strumenti non ti danno tregua grazie ai continui cambi di ritmo, tempo, prosegue con i successivi brani: molto coinvolgenti brani come Epidurale e Erotomane. Dall’inizio alla fine questo album colpisce per la velocità e la precisione degli stacchi (velocità e precisione rispettate anche in maniera spettacolare dal vivo), e si viene facilmente catturati da questo jazz-core-noise davvero particolare. Per concludere in bellezza c’è l’ultimo pezzo La grande madre delle bestie il cui inizio sembra quasi una sorta di dialogo fra la tromba e il sax da una parte e la chitarra dall’altra; quest’ultima risponde agli accordi dei primi due strumenti per poi fare entrare in gioco anche la batteria e il basso, i cui momenti solitari o in compagnia della batteria in questo album sono stupendi.
Bromio è il biglietto da visita di questa band romana che ha continuato a lasciare a bocca aperta anche con i lavori successivi, una band che ha anche collaborato con vari musicisti, tra cui Roy Paci, Eugene Chadbourne, suonato con i No Means No, seguito in tour i Melvins e i Fantomas. La varietà dei musicisti coi quali gli Zu hanno avuto a che fare è la dimostrazione che questo gruppo ha dato vita ad uno stile proprio ed estroso in cui si incontrano e convivono diversi generi.
Bromio, epiteto del dio greco Dioniso, è un album che rappresenta magistralmente l’irrazionalità, il caos, l’istintività (tutte caratteristiche del dio stesso). Gli Zu non avrebbero potuto trovare titolo migliore per questo loro primo lavoro.

Paola Andriulo su www.rockline.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo due demo autoprodotti, nel 1999 gli Zu partoriscono Bromio, in cui al trio si aggiunge anche il trombettista Roy Paci. Difficile etichettare questo lavoro: per darne però un’idea potremmo definirlo jazz-core, noise, una bomba dai suoni sincopati, stacchi precisissimi, un mix perfettamente equilibrato fra tutti gli strumenti. Poco più di mezz’ora per undici brani esplosivi, dei quali il primo è un ottimo assaggio deflagrante; emblematico è il titolo di questo primo pezzo, Detonatore: il sax, la tromba, la batteria, il basso si tengono per mano durante tutta la stravagante canzone, si interrompono, riprendono a suonare insieme, il tutto con una precisione degli stacchi e delle pause da veri maestri. Impossibile non sentire in tutto l’album l’inflenza del grande John Zorn, uno dei più eclettici musicisti e compositori, noto in particolare per i suoi progetti jazz-sperimentali. Lo stesso John Zorn tra l’altro ha detto a proposito degli Zu che questi ultimi sono stati in grado di creare una musica così potente ed espressiva da poter spazzare via ciò che molti gruppi fanno al giorno d’oggi.</p>
<p>Dopo il bellissimo brano d’apertura l’album prosegue seguendo questo stile particolarissimo, fino ad arrivare ad uno dei più bei pezzi del lavoro, Zu Circus, il quinto: un mix di momenti caratterizzati sempre da perfetti incroci fra gli strumenti, pause scandite anche da un secco urlo che ordina di ricominciare a suonare, ordina di riprendere la masnada musicale. La tensione creata da questo album in cui gli strumenti non ti danno tregua grazie ai continui cambi di ritmo, tempo, prosegue con i successivi brani: molto coinvolgenti brani come Epidurale e Erotomane. Dall’inizio alla fine questo album colpisce per la velocità e la precisione degli stacchi (velocità e precisione rispettate anche in maniera spettacolare dal vivo), e si viene facilmente catturati da questo jazz-core-noise davvero particolare. Per concludere in bellezza c’è l’ultimo pezzo La grande madre delle bestie il cui inizio sembra quasi una sorta di dialogo fra la tromba e il sax da una parte e la chitarra dall’altra; quest’ultima risponde agli accordi dei primi due strumenti per poi fare entrare in gioco anche la batteria e il basso, i cui momenti solitari o in compagnia della batteria in questo album sono stupendi.<br />
Bromio è il biglietto da visita di questa band romana che ha continuato a lasciare a bocca aperta anche con i lavori successivi, una band che ha anche collaborato con vari musicisti, tra cui Roy Paci, Eugene Chadbourne, suonato con i No Means No, seguito in tour i Melvins e i Fantomas. La varietà dei musicisti coi quali gli Zu hanno avuto a che fare è la dimostrazione che questo gruppo ha dato vita ad uno stile proprio ed estroso in cui si incontrano e convivono diversi generi.<br />
Bromio, epiteto del dio greco Dioniso, è un album che rappresenta magistralmente l’irrazionalità, il caos, l’istintività (tutte caratteristiche del dio stesso). Gli Zu non avrebbero potuto trovare titolo migliore per questo loro primo lavoro.</p>
<p>Paola Andriulo su <a href="http://www.rockline.it" rel="nofollow">http://www.rockline.it</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su mind the gap di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/01/mind-the-gap/#comment-102</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 00:43:01 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=58#comment-102</guid>
		<description>http://massmirror.com/e99c13e989cb0dfdeb3302c8d231d0b2.html</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://massmirror.com/e99c13e989cb0dfdeb3302c8d231d0b2.html" rel="nofollow">http://massmirror.com/e99c13e989cb0dfdeb3302c8d231d0b2.html</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su mind the gap di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/04/01/mind-the-gap/#comment-101</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Apr 2008 23:33:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=58#comment-101</guid>
		<description>Gli Zu, rispetto all&#039;esordio &quot;Bromio&quot; già edito da Wide Records nel 1999, estremizzano maggiormente il loro jazz-core, accostandolo al free più evoluto e al rock estremo, portandolo su territori in cui diventa davvero minima la differenza tra la ricerca di strutture ben definite ed il caos, proprio dell&#039;improvvisazione rumoristica.
Senza parole. Ancora a sottolineare la ricerca di ritmi ossessivi difficili da affiancare a parole o a melodie di qualsiasi tipo, mancanza che certo non si nota e che anzi contribuisce a rendere questo lavoro ancora più eclettico.
Titoli come “Airbol de la Esperanza Mantente Firme” o “Monte Zu” sono capitoli di un unico libro scritto con mano sapiente e si incastonano in un progetto sconvolgente in termini di ritmo, privo dei tratti rassicuranti di un 4/4 ordinario e pieno di una precisione meticolosa che solo le mani esperte dei nostri amici romani sanno dipingere.
In “Muro Torto”, l’episodio forse meglio riuscito, il ritmo rallenta e accellera e ancora rallenta, ed ecco che la macchina riparte e avanza con l’incedere dei passi striscianti di un ubriaco che balla, richiamando infine le atmosfere notturne di Tortoisiana memoria.
Quello che non manca perciò è la tecnica ben espressa ma non esasperata del basso e della batteria, sempre schiena a schiena anche nei tratti meno evidenti, vedi “The Elusive Character of Victory ” o “Mar Glaciale Artico”.
Ci si affida al sax per cercare un filo di Arianna, accompagnatore e guida nello stesso tempo per uscire da questo labirinto perverso tutt’altro che rassicurante. Sempre in bilico fra follia e razionalità.
Questo secondo episodio della saga “Zu” (per gli amanti del vinile in versione speciale da 220 grammi) prodotto e mixato dal grande Steve Albini, è forse ancora più particolare e può scoraggiare orecchie poco allenate o chiuse a sonorità secche e dirette. Senza più la tromba di Roy Paci, il disco si arricchisce di nomi quali Fred Lonberg-Holm (violoncello), Ken Vandermark (sax tenore) e Jeb Bishop (trombone), collaborando spesso dal vivo o in studio con musicisti come The Ex, Nomeansno, Karate, Fantomas, The Ruins, e in particolare con Eugene Chadbourne, con cui gli Zu hanno inciso due cd: The Zu Side Of The Chadbourne e Motorhellington.
Definire prevedibile in questo lavoro uno stacco o una melodia è come risolvere il più oscuro degli indovinelli.
Perciò se siete amanti del made in italy e avete voglia di mettervi in discussione provate a domare questa bestia infuocata, ma attenzione, chi gioca col fuoco.... 

Luca su www.mescalina.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gli Zu, rispetto all&#8217;esordio &#8220;Bromio&#8221; già edito da Wide Records nel 1999, estremizzano maggiormente il loro jazz-core, accostandolo al free più evoluto e al rock estremo, portandolo su territori in cui diventa davvero minima la differenza tra la ricerca di strutture ben definite ed il caos, proprio dell&#8217;improvvisazione rumoristica.<br />
Senza parole. Ancora a sottolineare la ricerca di ritmi ossessivi difficili da affiancare a parole o a melodie di qualsiasi tipo, mancanza che certo non si nota e che anzi contribuisce a rendere questo lavoro ancora più eclettico.<br />
Titoli come “Airbol de la Esperanza Mantente Firme” o “Monte Zu” sono capitoli di un unico libro scritto con mano sapiente e si incastonano in un progetto sconvolgente in termini di ritmo, privo dei tratti rassicuranti di un 4/4 ordinario e pieno di una precisione meticolosa che solo le mani esperte dei nostri amici romani sanno dipingere.<br />
In “Muro Torto”, l’episodio forse meglio riuscito, il ritmo rallenta e accellera e ancora rallenta, ed ecco che la macchina riparte e avanza con l’incedere dei passi striscianti di un ubriaco che balla, richiamando infine le atmosfere notturne di Tortoisiana memoria.<br />
Quello che non manca perciò è la tecnica ben espressa ma non esasperata del basso e della batteria, sempre schiena a schiena anche nei tratti meno evidenti, vedi “The Elusive Character of Victory ” o “Mar Glaciale Artico”.<br />
Ci si affida al sax per cercare un filo di Arianna, accompagnatore e guida nello stesso tempo per uscire da questo labirinto perverso tutt’altro che rassicurante. Sempre in bilico fra follia e razionalità.<br />
Questo secondo episodio della saga “Zu” (per gli amanti del vinile in versione speciale da 220 grammi) prodotto e mixato dal grande Steve Albini, è forse ancora più particolare e può scoraggiare orecchie poco allenate o chiuse a sonorità secche e dirette. Senza più la tromba di Roy Paci, il disco si arricchisce di nomi quali Fred Lonberg-Holm (violoncello), Ken Vandermark (sax tenore) e Jeb Bishop (trombone), collaborando spesso dal vivo o in studio con musicisti come The Ex, Nomeansno, Karate, Fantomas, The Ruins, e in particolare con Eugene Chadbourne, con cui gli Zu hanno inciso due cd: The Zu Side Of The Chadbourne e Motorhellington.<br />
Definire prevedibile in questo lavoro uno stacco o una melodia è come risolvere il più oscuro degli indovinelli.<br />
Perciò se siete amanti del made in italy e avete voglia di mettervi in discussione provate a domare questa bestia infuocata, ma attenzione, chi gioca col fuoco&#8230;. </p>
<p>Luca su <a href="http://www.mescalina.it" rel="nofollow">http://www.mescalina.it</a></p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su rimanere fraszornati di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/23/rimanere-fraszornati/#comment-94</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Mar 2008 16:38:14 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=24#comment-94</guid>
		<description>Il party zorniano inizia con la due batterie, uno spettacolo a se stante. Baron e Wollesen scandiscono figure roventi, circensi, ciascuno chiamando l&#039;altro al rilancio immediato.
Con le due batterie, Electric Masada ha una marcia in più.
Come fa capire &quot;Tekufah&quot;, che apre questo volume registrato al Tonic di New York, in occasione dei cinquant&#039;anni del capobanda celebrati nel settembre 2003.

Le frequenze cinguettanti del laptop di Ikue Mori spingono verso dissonanze calibrate: emerge dapprima il jolly percussivo di Cyro Baptista, poi un riff- àncora decretato dalla chitarra spavalda di Marc Ribot. È un po&#039; il biglietto da visita, uno schema che si ripeterà, che va a regime col vamp di basso elettrico che Trevor Dunn rumina in 6/8.
È il momento del boss. Zorn espone il tema, poi costruisce un assolo da manuale, alternando come di consueto un eloquio seducente a graffi crudeli.
Il ritornello orientaleggiante è doppiato dal piano elettrico di Saft, che in Masada sembra incerto tra la sonorità del Corea con Davis e quella di Gregg Rolie con la Santana Band. Uno spasso. Ma la passerella non ha pause. Ecco la giostra di sole percussioni, i lamenti chitarristici col wha-wha, i ritorni a capo e la sfumata finale.

Electric Masada sembra una &quot;garage band&quot; però di virtuosi e consapevoli veterani, che rispolverano i suoni degli anni &#039;70 con divertimento greve ma contagioso.
Il progetto ha più di dieci anni ormai e agli esordi era proprio &quot;elettrico&quot;, prima che il quartetto acustico scoprisse le sue sublimi possibilità. Però era un&#039;altra cosa, più nichilista, sperimentale.
Era un asciutto quartetto (Zorn, Medeski, Martin, Ribot), aperto a tutto.
Ora è più una allstar che va in tournée per stupire le nuove generazioni di fan.

È un gruppo di rock, sostanzialmente. Un insieme di suoni mimetici, che vogliono alludere e giocare, ma che prendono vita creativa in virtù della personalità debordante dei giocatori.
&quot;Idalah-Abal&quot; è in questo esemplare. Vengono in mente persino i Deep Purple, l&#039;enfasi è iperbolica ma ironica e si assolutizza nell&#039;impressionante saturazione finale.
C&#039;è come una dicotomia tra lo stile dei solisti, sempre notevole, e il materiale grezzo, spesso di candida semplicità.
Dunque la fruizione di questa musica è condizionata più che in altre occasioni dal punto di vista. Chi rimprovera a Zorn di essersi ormai seduto sugli allori forse detesterà Electric Masada.
Chi invece non sta lì a sottilizzare e sa che l&#039;autore in fondo ha sempre pigiato sul pedale dell&#039;ambiguità, troverà questo disco irresistibile.

Ci si chiede ancora che senso abbia questo insistere sul folk mediorientale, se non quello di seppellire per sempre il sentimento apolide e affermare invece un&#039;identità forte, un&#039;appartenenza che è anche scelta di campo sociale. Ma anche qui, l&#039;ambiguità regna sovrana.

Le diverse anime della musica &quot;ebraica&quot; convivono, se è vero che &quot;Hadasha&quot; dà spazio a ritmi di origine ispanica, tradotti con una semplice quanto energica scansione afro- cubana, dove Zorn dà il meglio in un zigzagare dapprima melodico-pulito, poi boppistico, infine liberissimo.
Certo che vedere il gruppo in pedana è ancora un&#039;altra cosa, con la complicità tra i musici, la teatralità di Baptista, le conduzioni gestuali di Zorn.
Il repertorio si placa un poco con il temino di &quot;Yatzar&quot; e con &quot;Lilin&quot;, fino al rush finale di &quot;Kisofim&quot;, dal crescendo quasi epico.
Vivamente consigliato.

Stefano Merighi su allaboutjazz.com</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il party zorniano inizia con la due batterie, uno spettacolo a se stante. Baron e Wollesen scandiscono figure roventi, circensi, ciascuno chiamando l&#8217;altro al rilancio immediato.<br />
Con le due batterie, Electric Masada ha una marcia in più.<br />
Come fa capire &#8220;Tekufah&#8221;, che apre questo volume registrato al Tonic di New York, in occasione dei cinquant&#8217;anni del capobanda celebrati nel settembre 2003.</p>
<p>Le frequenze cinguettanti del laptop di Ikue Mori spingono verso dissonanze calibrate: emerge dapprima il jolly percussivo di Cyro Baptista, poi un riff- àncora decretato dalla chitarra spavalda di Marc Ribot. È un po&#8217; il biglietto da visita, uno schema che si ripeterà, che va a regime col vamp di basso elettrico che Trevor Dunn rumina in 6/8.<br />
È il momento del boss. Zorn espone il tema, poi costruisce un assolo da manuale, alternando come di consueto un eloquio seducente a graffi crudeli.<br />
Il ritornello orientaleggiante è doppiato dal piano elettrico di Saft, che in Masada sembra incerto tra la sonorità del Corea con Davis e quella di Gregg Rolie con la Santana Band. Uno spasso. Ma la passerella non ha pause. Ecco la giostra di sole percussioni, i lamenti chitarristici col wha-wha, i ritorni a capo e la sfumata finale.</p>
<p>Electric Masada sembra una &#8220;garage band&#8221; però di virtuosi e consapevoli veterani, che rispolverano i suoni degli anni &#8216;70 con divertimento greve ma contagioso.<br />
Il progetto ha più di dieci anni ormai e agli esordi era proprio &#8220;elettrico&#8221;, prima che il quartetto acustico scoprisse le sue sublimi possibilità. Però era un&#8217;altra cosa, più nichilista, sperimentale.<br />
Era un asciutto quartetto (Zorn, Medeski, Martin, Ribot), aperto a tutto.<br />
Ora è più una allstar che va in tournée per stupire le nuove generazioni di fan.</p>
<p>È un gruppo di rock, sostanzialmente. Un insieme di suoni mimetici, che vogliono alludere e giocare, ma che prendono vita creativa in virtù della personalità debordante dei giocatori.<br />
&#8220;Idalah-Abal&#8221; è in questo esemplare. Vengono in mente persino i Deep Purple, l&#8217;enfasi è iperbolica ma ironica e si assolutizza nell&#8217;impressionante saturazione finale.<br />
C&#8217;è come una dicotomia tra lo stile dei solisti, sempre notevole, e il materiale grezzo, spesso di candida semplicità.<br />
Dunque la fruizione di questa musica è condizionata più che in altre occasioni dal punto di vista. Chi rimprovera a Zorn di essersi ormai seduto sugli allori forse detesterà Electric Masada.<br />
Chi invece non sta lì a sottilizzare e sa che l&#8217;autore in fondo ha sempre pigiato sul pedale dell&#8217;ambiguità, troverà questo disco irresistibile.</p>
<p>Ci si chiede ancora che senso abbia questo insistere sul folk mediorientale, se non quello di seppellire per sempre il sentimento apolide e affermare invece un&#8217;identità forte, un&#8217;appartenenza che è anche scelta di campo sociale. Ma anche qui, l&#8217;ambiguità regna sovrana.</p>
<p>Le diverse anime della musica &#8220;ebraica&#8221; convivono, se è vero che &#8220;Hadasha&#8221; dà spazio a ritmi di origine ispanica, tradotti con una semplice quanto energica scansione afro- cubana, dove Zorn dà il meglio in un zigzagare dapprima melodico-pulito, poi boppistico, infine liberissimo.<br />
Certo che vedere il gruppo in pedana è ancora un&#8217;altra cosa, con la complicità tra i musici, la teatralità di Baptista, le conduzioni gestuali di Zorn.<br />
Il repertorio si placa un poco con il temino di &#8220;Yatzar&#8221; e con &#8220;Lilin&#8221;, fino al rush finale di &#8220;Kisofim&#8221;, dal crescendo quasi epico.<br />
Vivamente consigliato.</p>
<p>Stefano Merighi su allaboutjazz.com</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su rimanere fraszornati di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/23/rimanere-fraszornati/#comment-93</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Mar 2008 16:34:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=24#comment-93</guid>
		<description>di Mattia Paneroni su ondarock.it

Compositore, saxofonista, produttore, ideatore e titolare dell&#039;etichetta discografica indipendente Tzadik, nonché affermato talent-scout, John Zorn ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno proprio lo scorso anno.
Zorn è senza dubbio una delle figure-chiave della musica contemporanea: la sua incessante attività di musicista, supportata da una profonda curiosità per tutto ciò che è &quot;nuovo&quot;, da un eclettismo ai limiti della bulimia e da un&#039;incontrollabile prolificità discografica che farebbe impallidire dalla vergogna persino uno Zappa o uno Jandek, lo ha portato a percorrere disparati sentieri artistici con estrema disinvoltura, anche a costo d&#039;incappare in qualche insuccesso.

Impresa assai ardua, se non impossibile, è tentare di ridurre a una sola definizione la proposta musicale di Zorn: musica cameristica, classica contemporanea, avanguardia rumorista, jazz, colonne sonore, hardcore e lap-top sono soltanto alcuni degli elementi che sorreggono una fitta trama discografica in costante divenire (il nostro ha centinaia di dischi all&#039;attivo, a proprio nome o con ragioni sociali a lui riconducibili). Non da meno sono i progetti a cui collabora regolarmente, in parallelo alla propria attività solista: Locus Solus (con Arto Lindsay, Peter Blegvad, Christian Marclay e Anton Fier ), Naked City (Bill Frisell, Fred Frith, Wayne Horvitz, Joey Baron e, saltuariamente, il folle Yamatzuka Eye dei Boredoms), Painkiller (Bill Laswell e Mick Harris, membro dei Napalm Death) e Masada (un&#039;infinità di nomi, davvero: si fa prima a dire chi non vi abbia partecipato…), autentici super-gruppi formati da quanto di meglio l&#039;intellighenzia musicale di fine Novecento abbia potuto offrire alla contemporaneità.

Cinquant&#039;anni, si diceva. Sì, perché questi cinquant&#039;anni non potevano passare inosservati, specie per chiunque possegga uno spiccato spirito imprenditoriale. Perché, dunque, non celebrarli programmando cinquanta serate con altrettante formazioni? La location, manco a dirlo, sarà il Tonic (prestigioso tempio delle avanguardie situato a Manhattan, nel pittoresco Lower East Side) e il tutto, ovviamente, sarà registrato, documentato su compact disc, impacchettato (in variopinti digipack realizzati dalla designer cinese Heung-Heung Chin, alias Chippy) e distribuito al mondo intero. Un progetto ambizioso, che non ha precedenti nella storia della musica: anche il più irriducibile dei fan dell&#039;artista newyorkese, infatti, si troverà smarrito dinnanzi a una simile pletora di registrazioni che, a giudicare dai primi sei capitoli fino ad ora pubblicati (uno al mese, più o meno, da febbraio 2004), vantano un&#039;incommensurabile qualità artistica.

Si parte, dunque, con il Masada String Trio (Zorn alla direzione e alla composizione, Marc Feldman al violino, Eric Friedlander al violoncello e Greg Cohen al contrabbasso: undici tracce memorabili incendiate dalle interpretazioni di tre dei migliori musicisti acustici viventi!) e si prosegue con il duo di John Zorn e Milford Graves, con Locus Solus in trio, con il gruppo Electric Masada, con un altro duo, questa volta composto da Zorn e Fred Frith e con il trio Hemophiliac.

Tra queste appetitose prime uscite, quella che lascerà una profonda traccia negli annali della musica contemporanea è la quarta, affidata all&#039;ensemble Electric Masada (&quot;Masada&quot; è il nome del progetto creato agli inizi degli anni Novanta da Zorn, con l&#039;obiettivo di riportare alla luce, reinterpretare e infondere nuova linfa vitale alla tradizione musicale ebraica): si tratta di un meraviglioso lavoro di sintesi, che spazia dal jazz elettrico (i primi riferimenti che balzano alla mente sono i davis-iani &quot;Bitches Brew&quot; e &quot;Jack Johnson&quot;) alla no wave, passando per il prog dei King Crimson e l&#039;hard rock. Le sette composizioni (nulla è lasciato all&#039;improvvisazione!) presenti in questo lavoro di pregiatissima fattura sono estremamente diverse tra loro, pur individuando un leit motiv nel potenziale espressivo e nell&#039;abilità esecutiva dei musicisti coinvolti.

La formazione è letteralmente da cedimento delle coronarie: John Zorn (saxofono contralto), Marc Ribot (chitarra elettrica), Jamie Saft (Fender Rhodes), Ikue Mori (lap-top), Trevor Dunn (basso), Joey Baron e Kenny Wollesen (batterie), Cyro Baptista (percussioni). La prima traccia, intitolata &quot;Tekufa&quot;, presenta un incipit costruito su fraseggi lisergici di Fender Rhodes (Saft) e ipnotici tribalismi percussivi (Baptista); &quot;Idalah-Abal&quot;, introdotta dalla potenza della chitarra elettrica di Ribot e dall&#039;incedere fragoroso di una sezione ritmica mozzafiato (Dunn, Baron e Wollesen), è un susseguirsi di esplosioni e colpi di scena; si prosegue con &quot;Hadasha&quot;, tredici minuti e quarantotto secondi di crescendo emozionale che principia con l&#039;insolito abbinamento tra le percussioni del bravissimo Baptista e il sublime tocco di laptop di Ikue Mori (mai una nota fuori posto, mai una frequenza fine a se stessa); quando subentra la chitarra di Ribot, arricchita dell&#039;effetto &quot;wah-wah&quot; e &quot;bluesy&quot; come non mai, non ci si può trattenere dallo scandire il tempo con il piede e ripensare a quei vecchi polizieschi che, negli anni Settanta, hanno fatto la fortuna delle sale cinematografiche di &quot;serie B&quot;; il saxofono contralto di Zorn si produce in un violento delirio di passione che, durante un progressivo chetarsi, lascia intendere un background emotivo che pesca a piene mani dal cool dei Fifties.

La struttura di &quot;Hath-Arob&quot; consta di schizofrenici inseguimenti ritmici all&#039;insegna dell&#039;atonalità, che farebbero sì la gioia di Ornette Coleman, ma anche dei Ruins. Poi ci sono &quot;Yatzar&quot;, &quot;Lilin&quot; e &quot;Kisofim&quot;, summa del lirismo Zorn-iano nonché vetrina del virtuosismo chitarristico di Ribot che, a più riprese, omaggia il desertico Ry Cooder. Ciò che impressiona di questa incisione è il perfetto equilibrio, l&#039;intesa e la coesione dei musicisti, che sembrano suonare assieme da sempre e che coinvolgono l&#039;ascoltatore al punto da indurlo a credere di essere proprio lì, sul palco, assieme a loro.

&quot;Electric Masada: 50th Birthday Celebration Volume Four&quot; si colloca al vertice della produzione Zorn-iana e costituisce uno dei primi grandi capisaldi della musica tout-court d&#039;inizio millennio. Imperdibile.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>di Mattia Paneroni su ondarock.it</p>
<p>Compositore, saxofonista, produttore, ideatore e titolare dell&#8217;etichetta discografica indipendente Tzadik, nonché affermato talent-scout, John Zorn ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno proprio lo scorso anno.<br />
Zorn è senza dubbio una delle figure-chiave della musica contemporanea: la sua incessante attività di musicista, supportata da una profonda curiosità per tutto ciò che è &#8220;nuovo&#8221;, da un eclettismo ai limiti della bulimia e da un&#8217;incontrollabile prolificità discografica che farebbe impallidire dalla vergogna persino uno Zappa o uno Jandek, lo ha portato a percorrere disparati sentieri artistici con estrema disinvoltura, anche a costo d&#8217;incappare in qualche insuccesso.</p>
<p>Impresa assai ardua, se non impossibile, è tentare di ridurre a una sola definizione la proposta musicale di Zorn: musica cameristica, classica contemporanea, avanguardia rumorista, jazz, colonne sonore, hardcore e lap-top sono soltanto alcuni degli elementi che sorreggono una fitta trama discografica in costante divenire (il nostro ha centinaia di dischi all&#8217;attivo, a proprio nome o con ragioni sociali a lui riconducibili). Non da meno sono i progetti a cui collabora regolarmente, in parallelo alla propria attività solista: Locus Solus (con Arto Lindsay, Peter Blegvad, Christian Marclay e Anton Fier ), Naked City (Bill Frisell, Fred Frith, Wayne Horvitz, Joey Baron e, saltuariamente, il folle Yamatzuka Eye dei Boredoms), Painkiller (Bill Laswell e Mick Harris, membro dei Napalm Death) e Masada (un&#8217;infinità di nomi, davvero: si fa prima a dire chi non vi abbia partecipato…), autentici super-gruppi formati da quanto di meglio l&#8217;intellighenzia musicale di fine Novecento abbia potuto offrire alla contemporaneità.</p>
<p>Cinquant&#8217;anni, si diceva. Sì, perché questi cinquant&#8217;anni non potevano passare inosservati, specie per chiunque possegga uno spiccato spirito imprenditoriale. Perché, dunque, non celebrarli programmando cinquanta serate con altrettante formazioni? La location, manco a dirlo, sarà il Tonic (prestigioso tempio delle avanguardie situato a Manhattan, nel pittoresco Lower East Side) e il tutto, ovviamente, sarà registrato, documentato su compact disc, impacchettato (in variopinti digipack realizzati dalla designer cinese Heung-Heung Chin, alias Chippy) e distribuito al mondo intero. Un progetto ambizioso, che non ha precedenti nella storia della musica: anche il più irriducibile dei fan dell&#8217;artista newyorkese, infatti, si troverà smarrito dinnanzi a una simile pletora di registrazioni che, a giudicare dai primi sei capitoli fino ad ora pubblicati (uno al mese, più o meno, da febbraio 2004), vantano un&#8217;incommensurabile qualità artistica.</p>
<p>Si parte, dunque, con il Masada String Trio (Zorn alla direzione e alla composizione, Marc Feldman al violino, Eric Friedlander al violoncello e Greg Cohen al contrabbasso: undici tracce memorabili incendiate dalle interpretazioni di tre dei migliori musicisti acustici viventi!) e si prosegue con il duo di John Zorn e Milford Graves, con Locus Solus in trio, con il gruppo Electric Masada, con un altro duo, questa volta composto da Zorn e Fred Frith e con il trio Hemophiliac.</p>
<p>Tra queste appetitose prime uscite, quella che lascerà una profonda traccia negli annali della musica contemporanea è la quarta, affidata all&#8217;ensemble Electric Masada (&#8220;Masada&#8221; è il nome del progetto creato agli inizi degli anni Novanta da Zorn, con l&#8217;obiettivo di riportare alla luce, reinterpretare e infondere nuova linfa vitale alla tradizione musicale ebraica): si tratta di un meraviglioso lavoro di sintesi, che spazia dal jazz elettrico (i primi riferimenti che balzano alla mente sono i davis-iani &#8220;Bitches Brew&#8221; e &#8220;Jack Johnson&#8221;) alla no wave, passando per il prog dei King Crimson e l&#8217;hard rock. Le sette composizioni (nulla è lasciato all&#8217;improvvisazione!) presenti in questo lavoro di pregiatissima fattura sono estremamente diverse tra loro, pur individuando un leit motiv nel potenziale espressivo e nell&#8217;abilità esecutiva dei musicisti coinvolti.</p>
<p>La formazione è letteralmente da cedimento delle coronarie: John Zorn (saxofono contralto), Marc Ribot (chitarra elettrica), Jamie Saft (Fender Rhodes), Ikue Mori (lap-top), Trevor Dunn (basso), Joey Baron e Kenny Wollesen (batterie), Cyro Baptista (percussioni). La prima traccia, intitolata &#8220;Tekufa&#8221;, presenta un incipit costruito su fraseggi lisergici di Fender Rhodes (Saft) e ipnotici tribalismi percussivi (Baptista); &#8220;Idalah-Abal&#8221;, introdotta dalla potenza della chitarra elettrica di Ribot e dall&#8217;incedere fragoroso di una sezione ritmica mozzafiato (Dunn, Baron e Wollesen), è un susseguirsi di esplosioni e colpi di scena; si prosegue con &#8220;Hadasha&#8221;, tredici minuti e quarantotto secondi di crescendo emozionale che principia con l&#8217;insolito abbinamento tra le percussioni del bravissimo Baptista e il sublime tocco di laptop di Ikue Mori (mai una nota fuori posto, mai una frequenza fine a se stessa); quando subentra la chitarra di Ribot, arricchita dell&#8217;effetto &#8220;wah-wah&#8221; e &#8220;bluesy&#8221; come non mai, non ci si può trattenere dallo scandire il tempo con il piede e ripensare a quei vecchi polizieschi che, negli anni Settanta, hanno fatto la fortuna delle sale cinematografiche di &#8220;serie B&#8221;; il saxofono contralto di Zorn si produce in un violento delirio di passione che, durante un progressivo chetarsi, lascia intendere un background emotivo che pesca a piene mani dal cool dei Fifties.</p>
<p>La struttura di &#8220;Hath-Arob&#8221; consta di schizofrenici inseguimenti ritmici all&#8217;insegna dell&#8217;atonalità, che farebbero sì la gioia di Ornette Coleman, ma anche dei Ruins. Poi ci sono &#8220;Yatzar&#8221;, &#8220;Lilin&#8221; e &#8220;Kisofim&#8221;, summa del lirismo Zorn-iano nonché vetrina del virtuosismo chitarristico di Ribot che, a più riprese, omaggia il desertico Ry Cooder. Ciò che impressiona di questa incisione è il perfetto equilibrio, l&#8217;intesa e la coesione dei musicisti, che sembrano suonare assieme da sempre e che coinvolgono l&#8217;ascoltatore al punto da indurlo a credere di essere proprio lì, sul palco, assieme a loro.</p>
<p>&#8220;Electric Masada: 50th Birthday Celebration Volume Four&#8221; si colloca al vertice della produzione Zorn-iana e costituisce uno dei primi grandi capisaldi della musica tout-court d&#8217;inizio millennio. Imperdibile.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su krautrock never die ! di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/22/56/#comment-87</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Mar 2008 18:15:50 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/22/56/#comment-87</guid>
		<description>Embryo, gruppo kraut-prog tedesco tra i più innovativi degli inizi anni ’70, dall’impostazione “free-jazzistica” con la passione per l’improvvisazione psichedelica e lo sperimentalismo etnico.

No-Neck Blues Band, apprezzatissimo collettivo dell’underground newyorchese, rock di improvvisazione free-form psichedelico, con incursioni folk-noise; gruppo tra i più enigmatici e misteriosi degli ultimi anni, tanto da collaborare con un mostro sacro come John Fahey.

I due gruppi in questione, simili per attitudine e indole musicale, si conoscono, si piacciono, ne nasce un sodalizio artistico con la benedizione della Staubgold, lungimirante etichetta tedesca di musica elettronica e sperimentale (nel senso più ampio del termine). Quello che ne esce fuori è un lavoro davvero molto interessante, dove prevalgono le atmosfere free-folk ed etnico-tribali, non rinunciando affatto a divagazioni squisitamente jazzistiche come nel caso di “After Marja’s Cats”, “Five Grams of the Widow” o “Die Farbe Aus Dem All”, dove chiari sono gli echi fusion della Mahavishnu Orchestra.

Tutto il disco sembra catapultarci in lontane atmosfere esotico-tribali, in una sorta di ideale rito d’iniziazione, sospesi al confine del mondo, si respira l’aria delle praterie australiane o degli sterminati deserti africani. Australia e Africa, non a caso, visto che Christian Burchard, fondatore, leader storico e deus ex-machina degli Embryo, ha viaggiato molto in quei posti alla ricerca di ispirazione, nuove sonorità e strumenti da inserire nelle sue interminabili session, non di rado collaborando anche con musicisti di quelle parti. Il disco risente maggiormente delle atmosfere Embryo, specie quelli del primo periodo, e all’attitudine sperimentalmente etnica del buon Burchard, rispetto a sonorità più rock-noise, tipicamente No-Neck Blues Band, che tuttavia sono coprotagonisti di primissimo ordine.

Quello che colpisce, non è solo l’incredibile organicità e intensità del lavoro, per altro magistralmente suonato, ma anche la sterminata quantità di strumenti utilizzati nella composizione dell’album. Vibrafoni, marimbe, didjeridoo, percussioni, corni, flauti, strumenti aborigeni a corde, archi, ma anche pianole, strani gargarismi, voci sussurrate e campanelli che, ingegnosamente e “lisergicamente” incastrati, attribuiscono al disco un alone di magia e mistero senza tempo. 

NicholasRodneyDrake su www.debaser.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Embryo, gruppo kraut-prog tedesco tra i più innovativi degli inizi anni ’70, dall’impostazione “free-jazzistica” con la passione per l’improvvisazione psichedelica e lo sperimentalismo etnico.</p>
<p>No-Neck Blues Band, apprezzatissimo collettivo dell’underground newyorchese, rock di improvvisazione free-form psichedelico, con incursioni folk-noise; gruppo tra i più enigmatici e misteriosi degli ultimi anni, tanto da collaborare con un mostro sacro come John Fahey.</p>
<p>I due gruppi in questione, simili per attitudine e indole musicale, si conoscono, si piacciono, ne nasce un sodalizio artistico con la benedizione della Staubgold, lungimirante etichetta tedesca di musica elettronica e sperimentale (nel senso più ampio del termine). Quello che ne esce fuori è un lavoro davvero molto interessante, dove prevalgono le atmosfere free-folk ed etnico-tribali, non rinunciando affatto a divagazioni squisitamente jazzistiche come nel caso di “After Marja’s Cats”, “Five Grams of the Widow” o “Die Farbe Aus Dem All”, dove chiari sono gli echi fusion della Mahavishnu Orchestra.</p>
<p>Tutto il disco sembra catapultarci in lontane atmosfere esotico-tribali, in una sorta di ideale rito d’iniziazione, sospesi al confine del mondo, si respira l’aria delle praterie australiane o degli sterminati deserti africani. Australia e Africa, non a caso, visto che Christian Burchard, fondatore, leader storico e deus ex-machina degli Embryo, ha viaggiato molto in quei posti alla ricerca di ispirazione, nuove sonorità e strumenti da inserire nelle sue interminabili session, non di rado collaborando anche con musicisti di quelle parti. Il disco risente maggiormente delle atmosfere Embryo, specie quelli del primo periodo, e all’attitudine sperimentalmente etnica del buon Burchard, rispetto a sonorità più rock-noise, tipicamente No-Neck Blues Band, che tuttavia sono coprotagonisti di primissimo ordine.</p>
<p>Quello che colpisce, non è solo l’incredibile organicità e intensità del lavoro, per altro magistralmente suonato, ma anche la sterminata quantità di strumenti utilizzati nella composizione dell’album. Vibrafoni, marimbe, didjeridoo, percussioni, corni, flauti, strumenti aborigeni a corde, archi, ma anche pianole, strani gargarismi, voci sussurrate e campanelli che, ingegnosamente e “lisergicamente” incastrati, attribuiscono al disco un alone di magia e mistero senza tempo. </p>
<p>NicholasRodneyDrake su <a href="http://www.debaser.it" rel="nofollow">http://www.debaser.it</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su krautrock never die ! di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/22/56/#comment-86</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Mar 2008 18:14:52 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/22/56/#comment-86</guid>
		<description>Due “comuni” con niente in comune, se non l’inclinazione verso la musica senza compromessi, avulsa da qualsiasi logica di mercato. Veramente poco, viene da dire, per giustificare un’affinità elettiva in grado di produrre addirittura un disco. Completamente diverse le due culture, così come diverse sono collocazione storica (con due decenni di mezzo), e geografica (con un oceano di mezzo). Davvero complesso anche solo tentare di trovare un punto in comune tra i due stili musicali. Eppure l’amore tra i newyorkesi della No Neck Blues Band e gli Embryo di Christian Burchard è sbocciato, peraltro non esaurendosi in un semplice scambio di missive di cortesia.

Non sarà la classica attrazione dei poli opposti, senza voler scomodare le leggi dell’elettromagnetismo, non sarà neppure un legame esoterico, anche se la componente rituale è massiccia e intrigante, specie nella musica della No Neck; sarà piuttosto qualcosa di molto più terra terra, come una simpatia nata spulciando vecchi vinili impolverati, fatto sta che la testimonianza di questa collaborazione a dir poco impronosticabile esiste ed è uscita per la berlinese Staugbold, sotto il titolo di “EmbryoNNCK” (notevole lo sforzo di fantasia).

Molte altre parole potrebbero essere spese per evidenziare le differenze tra i due gruppi: ensemble stabile e con più che fissa dimora quello americano, cangiante (il solo Burchard è presenza fissa fin dall’esordio) e sempre in giro per gli angoli più impensabili del pianeta quello tedesco; militi poco più che ignoti della variegata scena weird i primi, figli di un kraut minore i secondi, sempre più attenti alle contaminazioni con prog e ritmi esotici, che ai lunghi viaggi cosmici o alla ricerca del “motorik” perfetto.
L’aspetto saliente di questo lavoro va individuato, comunque (e per fortuna, direte voi), nella musica: distante dai lavori dei due gruppi presi singolarmente, è un groviglio inestricabile di contributi, sempre di notevole fattura, provenienti da ambo le parti. Xilofoni, bonghi, ritmi malati e tribali, melodie e rumorismi, tessuti sonori jazzati e progressioni catartiche, nenie orientaleggianti e lamenti spettrali.

Il disco è racchiuso dai raga di &quot;Wieder Das Erste Mal&quot; e &quot;Das Erste Mal&quot;, posti rispettivamente all’inizio e alla fine, brani più lunghi e, nel contempo, completi del lotto, veri e propri compendi dell’esperienza del supergruppo, forte di almeno tredici membri accreditati. In mezzo molta altra carne al fuoco, come &quot;Five Grams Of The Widow&quot;, breve composizione dal sapore lounge, nonché unico brano registrato dal vivo. &quot;After Marja&#039;s Cats&quot; è più rarefatta, quasi completamente priva di percussioni, con tintinnii, stridori e maracas stonate a far le veci della sezione ritmica, mentre la successiva &quot;Frank Cologne&quot; è un respiro affannato su un tessuto di xilofono e rumorismi assortiti. &quot;Die Farbe Aus Dem All&quot; potrebbe essere la versione più ritmata e accelerata di un brano preso dall’ultimo (stupendo, secondo chi scrive) lavoro della No Neck, o una riedizione malata degli Embryo di “We Keep On”, a voi la scelta. &quot;Zweiter Sommer&quot; insiste sulla reiterazione e sul tribalismo, veri e propri caratteri identificativi dell’album, assolutamente consigliato, a prescindere dall’amore che si può nutrire per ciascuna di queste due band fenomenali (se vi stanno a cuore, l’acquisto non può che essere obbligatorio).

“EmbryoNNCK” è musica terribilmente viva e pulsante, avete uno spazio grande quanto un oceano e il classico imbarazzo della scelta per collocarne il cuore. L’importante è carpirne il battito.

Filippo Neri su www.ondarock.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Due “comuni” con niente in comune, se non l’inclinazione verso la musica senza compromessi, avulsa da qualsiasi logica di mercato. Veramente poco, viene da dire, per giustificare un’affinità elettiva in grado di produrre addirittura un disco. Completamente diverse le due culture, così come diverse sono collocazione storica (con due decenni di mezzo), e geografica (con un oceano di mezzo). Davvero complesso anche solo tentare di trovare un punto in comune tra i due stili musicali. Eppure l’amore tra i newyorkesi della No Neck Blues Band e gli Embryo di Christian Burchard è sbocciato, peraltro non esaurendosi in un semplice scambio di missive di cortesia.</p>
<p>Non sarà la classica attrazione dei poli opposti, senza voler scomodare le leggi dell’elettromagnetismo, non sarà neppure un legame esoterico, anche se la componente rituale è massiccia e intrigante, specie nella musica della No Neck; sarà piuttosto qualcosa di molto più terra terra, come una simpatia nata spulciando vecchi vinili impolverati, fatto sta che la testimonianza di questa collaborazione a dir poco impronosticabile esiste ed è uscita per la berlinese Staugbold, sotto il titolo di “EmbryoNNCK” (notevole lo sforzo di fantasia).</p>
<p>Molte altre parole potrebbero essere spese per evidenziare le differenze tra i due gruppi: ensemble stabile e con più che fissa dimora quello americano, cangiante (il solo Burchard è presenza fissa fin dall’esordio) e sempre in giro per gli angoli più impensabili del pianeta quello tedesco; militi poco più che ignoti della variegata scena weird i primi, figli di un kraut minore i secondi, sempre più attenti alle contaminazioni con prog e ritmi esotici, che ai lunghi viaggi cosmici o alla ricerca del “motorik” perfetto.<br />
L’aspetto saliente di questo lavoro va individuato, comunque (e per fortuna, direte voi), nella musica: distante dai lavori dei due gruppi presi singolarmente, è un groviglio inestricabile di contributi, sempre di notevole fattura, provenienti da ambo le parti. Xilofoni, bonghi, ritmi malati e tribali, melodie e rumorismi, tessuti sonori jazzati e progressioni catartiche, nenie orientaleggianti e lamenti spettrali.</p>
<p>Il disco è racchiuso dai raga di &#8220;Wieder Das Erste Mal&#8221; e &#8220;Das Erste Mal&#8221;, posti rispettivamente all’inizio e alla fine, brani più lunghi e, nel contempo, completi del lotto, veri e propri compendi dell’esperienza del supergruppo, forte di almeno tredici membri accreditati. In mezzo molta altra carne al fuoco, come &#8220;Five Grams Of The Widow&#8221;, breve composizione dal sapore lounge, nonché unico brano registrato dal vivo. &#8220;After Marja&#8217;s Cats&#8221; è più rarefatta, quasi completamente priva di percussioni, con tintinnii, stridori e maracas stonate a far le veci della sezione ritmica, mentre la successiva &#8220;Frank Cologne&#8221; è un respiro affannato su un tessuto di xilofono e rumorismi assortiti. &#8220;Die Farbe Aus Dem All&#8221; potrebbe essere la versione più ritmata e accelerata di un brano preso dall’ultimo (stupendo, secondo chi scrive) lavoro della No Neck, o una riedizione malata degli Embryo di “We Keep On”, a voi la scelta. &#8220;Zweiter Sommer&#8221; insiste sulla reiterazione e sul tribalismo, veri e propri caratteri identificativi dell’album, assolutamente consigliato, a prescindere dall’amore che si può nutrire per ciascuna di queste due band fenomenali (se vi stanno a cuore, l’acquisto non può che essere obbligatorio).</p>
<p>“EmbryoNNCK” è musica terribilmente viva e pulsante, avete uno spazio grande quanto un oceano e il classico imbarazzo della scelta per collocarne il cuore. L’importante è carpirne il battito.</p>
<p>Filippo Neri su <a href="http://www.ondarock.it" rel="nofollow">http://www.ondarock.it</a></p>
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		<title>Commenti su  di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/16/55/#comment-84</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 00:23:35 +0000</pubDate>
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		<description>La storia è questa. Gavin Bryars è un musicista contemporaneo non facile da etichettare. Nei negozi ­ quando ce l&#039;hanno ­ lo mettono a volte nel reparto classica, a volte in quello jazz, a volte nelle colonne sonore, a volte dove capita. Ha fatto musiche per opere teatrali, per film, per programmi tv, opere classiche a se stanti, progetti d&#039;avanguardia. Una volta stava girando per Londra con un registratore in cerca di suoni per un programma della BBC. Si imbattè in un barbone forse ubriaco che trascinava ripetitivamente tra i pochi denti una canzoncina. Non era proprio una canzoncina. Una specie di canto religioso: diceva &quot;Il sangue di Gesù non mi ha mai tradito finora&quot;, e lo ridiceva, e lo ridiceva. Bryars si portò a casa il suo nastro e lo tenne lì. Ogni tanto lo riascoltava e ci pensava su.
&quot;Jesus blood never failed me yet&quot; fu pubblicato nel 1993. Dura settantatrè minuti. Per settantatrè minuti si ripete circa centocinquanta volte la stessa strofa sottratta quella notte alla voce del barbone londinese, campionata e ripetuta per tutta l&#039;opera e accompagnata da un arrangiamento orchestrale sempre più denso, che parte da pochi archi e si arricchisce man mano di altri strumenti, cori, e infine una seconda voce solista che chiude la composizione sottobraccio al barbone. Una voce straordinaria, e la più associabile a quella di un barbone ubriaco, avrà pensato Bryars prima di telefonare a Tom Waits. Il disco è straordinario, unico, notturno, struggente.
 
Luca Sofri</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La storia è questa. Gavin Bryars è un musicista contemporaneo non facile da etichettare. Nei negozi ­ quando ce l&#8217;hanno ­ lo mettono a volte nel reparto classica, a volte in quello jazz, a volte nelle colonne sonore, a volte dove capita. Ha fatto musiche per opere teatrali, per film, per programmi tv, opere classiche a se stanti, progetti d&#8217;avanguardia. Una volta stava girando per Londra con un registratore in cerca di suoni per un programma della BBC. Si imbattè in un barbone forse ubriaco che trascinava ripetitivamente tra i pochi denti una canzoncina. Non era proprio una canzoncina. Una specie di canto religioso: diceva &#8220;Il sangue di Gesù non mi ha mai tradito finora&#8221;, e lo ridiceva, e lo ridiceva. Bryars si portò a casa il suo nastro e lo tenne lì. Ogni tanto lo riascoltava e ci pensava su.<br />
&#8220;Jesus blood never failed me yet&#8221; fu pubblicato nel 1993. Dura settantatrè minuti. Per settantatrè minuti si ripete circa centocinquanta volte la stessa strofa sottratta quella notte alla voce del barbone londinese, campionata e ripetuta per tutta l&#8217;opera e accompagnata da un arrangiamento orchestrale sempre più denso, che parte da pochi archi e si arricchisce man mano di altri strumenti, cori, e infine una seconda voce solista che chiude la composizione sottobraccio al barbone. Una voce straordinaria, e la più associabile a quella di un barbone ubriaco, avrà pensato Bryars prima di telefonare a Tom Waits. Il disco è straordinario, unico, notturno, struggente.</p>
<p>Luca Sofri</p>
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		<title>Commenti su  di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/16/55/#comment-83</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 00:21:14 +0000</pubDate>
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		<description>In 1971, when I lived in London, I was working with a friend, Alan Power, on a film about people living rough in the area around Elephant and Castle and Waterloo Station. In the course of being filmed, some people broke into drunken song - sometimes bits of opera, sometimes sentimental ballads - and one, who in fact did not drink, sang a religious song &quot;Jesus&#039; Blood Never Failed Me Yet&quot;. This was not ultimately used in the film and I was given all the unused sections of tape, including this one.

When I played it at home, I found that his singing was in tune with my piano, and I improvised a simple accompaniment. I noticed, too, that the first section of the song - 13 bars in length - formed an effective loop which repeated in a slightly unpredictable way. I took the tape loop to Leicester, where I was working in the Fine Art Department, and copied the loop onto a continuous reel of tape, thinking about perhaps adding an orchestrated accompaniment to this. The door of the recording room opened on to one of the large painting studios and I left the tape copying, with the door open, while I went to have a cup of coffee. When I came back I found the normally lively room unnaturally subdued. People were moving about much more slowly than usual and a few were sitting alone, quietly weeping.

I was puzzled until I realised that the tape was still playing and that they had been overcome by the old man&#039;s singing. This convinced me of the emotional power of the music and of the possibilities offered by adding a simple, though gradually evolving, orchestral accompaniment that respected the tramp&#039;s nobility and simple faith. Although he died before he could hear what I had done with his singing, the piece remains as an eloquent, but understated testimony to his spirit and optimism.

The piece was originally recorded on Brian Eno&#039;s Obscure label in 1975 and a substantially revised and extended version for Point Records in 1993. The version which is played by my ensemble was specially created in 1993 to coincided with this last recording.

Gavin Bryars.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In 1971, when I lived in London, I was working with a friend, Alan Power, on a film about people living rough in the area around Elephant and Castle and Waterloo Station. In the course of being filmed, some people broke into drunken song &#8211; sometimes bits of opera, sometimes sentimental ballads &#8211; and one, who in fact did not drink, sang a religious song &#8220;Jesus&#8217; Blood Never Failed Me Yet&#8221;. This was not ultimately used in the film and I was given all the unused sections of tape, including this one.</p>
<p>When I played it at home, I found that his singing was in tune with my piano, and I improvised a simple accompaniment. I noticed, too, that the first section of the song &#8211; 13 bars in length &#8211; formed an effective loop which repeated in a slightly unpredictable way. I took the tape loop to Leicester, where I was working in the Fine Art Department, and copied the loop onto a continuous reel of tape, thinking about perhaps adding an orchestrated accompaniment to this. The door of the recording room opened on to one of the large painting studios and I left the tape copying, with the door open, while I went to have a cup of coffee. When I came back I found the normally lively room unnaturally subdued. People were moving about much more slowly than usual and a few were sitting alone, quietly weeping.</p>
<p>I was puzzled until I realised that the tape was still playing and that they had been overcome by the old man&#8217;s singing. This convinced me of the emotional power of the music and of the possibilities offered by adding a simple, though gradually evolving, orchestral accompaniment that respected the tramp&#8217;s nobility and simple faith. Although he died before he could hear what I had done with his singing, the piece remains as an eloquent, but understated testimony to his spirit and optimism.</p>
<p>The piece was originally recorded on Brian Eno&#8217;s Obscure label in 1975 and a substantially revised and extended version for Point Records in 1993. The version which is played by my ensemble was specially created in 1993 to coincided with this last recording.</p>
<p>Gavin Bryars.</p>
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		<title>Commenti su  di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/16/55/#comment-82</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 00:19:48 +0000</pubDate>
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		<description>Ho sentito la prima volta questo pezzo su RadioRai anni fa, sarà stato il &#039;94 0 &#039;95, nel cuore della notte; ne conservo ancora una provvidenziale registrazione in cassetta. 
Era solo un segmento di circa 10 minuti ma fu abbastanza per affascinarmi e ora, nell&#039;era di internet e del tutto e subito, spingermi a recuperare finalmente la versione completa con Waits e quella più breve apparsa in Lp negli anni &#039;70. Stay tuned</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho sentito la prima volta questo pezzo su RadioRai anni fa, sarà stato il &#8216;94 0 &#8216;95, nel cuore della notte; ne conservo ancora una provvidenziale registrazione in cassetta.<br />
Era solo un segmento di circa 10 minuti ma fu abbastanza per affascinarmi e ora, nell&#8217;era di internet e del tutto e subito, spingermi a recuperare finalmente la versione completa con Waits e quella più breve apparsa in Lp negli anni &#8216;70. Stay tuned</p>
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		<title>Commenti su  di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/16/55/#comment-81</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 00:14:14 +0000</pubDate>
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		<description>Londra, 1971.
Gavin Bryars, compositore che doveva ancora cogliere i trionfi di pubblico degli anni a venire, sta collaborando con il regista Alan Powers per un film sui senzatetto che vivono nei dintorni della Waterloo station; Bryars deve fornire materiale sonoro e, durante le riprese, registra voci, commenti, canzoni.

Molte di queste sono canzoni di ubriachi, arie d&#039;opera, canzoni popolari. Dalla voce di una di queste persone, invece, esce un inno religioso, &quot;Jesus blood never failed me yet&quot;.

Gran parte del materiale non verra&#039; usato nel film e rimane nelle mani di Bryars, che all&#039;epoca sta cominciando a concepire alcune idee di musica concreta (La musica concreta utilizza suoni &quot;veri&quot;, quindi voci, rumori e quant&#039;altro, insieme a strumenti tradizionali. Se oggi, con i campionatori, questo ci sembra ovvio e banale, cosi&#039; non era trent&#039;anni fa, quando per avere cose del genere era necessario usare il nastro magnetico NdR ). Questo frammento, soprattutto, è rimasto particolarmente caro a Bryars, che - dopo poco - si accorge del fatto che la melodia del vagabondo e&#039; intonata col suo pianoforte. Bryars comincia quindi a suonarci sopra, a concepire idee.

Ma e&#039; solo l&#039;inizio.

La registrazione dura venticinque secondi: troppo pochi, e&#039; quindi necessario mandarla in loop tramite un nastro chiuso ad anello, seguendo peraltro uno dei procedimenti cardine del minimalismo: l&#039;individuazione di una cellula sonora, che, replicata, fornisce lo scheletro del brano. E qui avviene la rivelazione: durante una delle sedute di composizione, in studio, Bryars dimentica il loop attivo e va al piano di sotto a prendere un caffe&#039;, lasciando la porta aperta. Quando torna indietro, nello studio di pittura attiguo alla sala incisione, colmo di artisti solitamente vivaci e rumorosi, c&#039;e&#039; il silenzio, gente con lo sguardo fisso, uno che addirittura singhiozza. E sullo sfondo la voce di questo vagabondo, che canta &quot;Jesus blood never failed me yet, there&#039;s one thing I know, for He loves me so...&quot;. Nessuno ha smesso di lavorare, nessuno si e&#039; in apparenza accorto del nastro.
Bryars comincia quindi a orchestrare il loop, ma andandoci con i piedi di piombo, per evitare di scalfire l&#039;enorme potere emozionale di questa composizione.

Cominciano quindi gli esperimenti che portano alla prima incisione, nel 1975, limitata dalla lunghezza di un LP. Ma il pezzo non si ferma, e Bryars continua ad evolverlo, per concerti e altre incisioni.

Quando esce la versione in cd, nel 1993, Bryars presenta una versione di 74 minuti di questa composizione, in cui il loop e&#039; ripetuto quindi circa centocinquanta volte.

Il primo pensiero, quindi, e&#039; &quot;Che du&#039; palle!&quot;. Ma e&#039; perche&#039; non l&#039;avete ancora sentito.

E quindi mettiamo il cd nel lettore e ascoltiamo.

Lentamente, dal silenzio, ecco la voce del vagabondo, che viene poco alla volta raggiunta da un quartetto d&#039;archi che ne accompagna il canto, al quale si aggiungono arpa, organo e alcune percussioni. L&#039;accompagnamento si evolve, fino a sfociare nella seconda sezione, in cui la parte centrale dell&#039;accompagnamento e&#039; svolta da sei violoncelli, eleganti e signorili, e da una campana, a cui lentamente si aggiunge un coro; nel terzo segmento gli archi spariscono completamente, lasciando posto ai fiati e al coro, fino a ricomparire tutti insieme, scuri e chiari, (tra gli archi si definiscono &quot;chiari&quot; gli strumenti ad accordatura piu&#039; acuta, come violini e viole, e &quot;scuri&quot; quelli piu&#039; gravi, come violoncelli e contrabbassi, NdR). Finche&#039; si penserebbe che l&#039;evoluzione del brano si sia conclusa, quando avviene un&#039;autentica sorpresa: arriva una voce che si mette a duettare con il vagabondo.
Questo e&#039; molto particolare: per la prima volta in quasi un&#039;ora c&#039;e&#039; qualcuno che duetta, non accompagna.
E dopo qualche secondo di stupore, riconosciamo la voce: una voce unica, roca all&#039;inverosimile, che sa di whisky e di motel, di sigarette e di notti all&#039;addiaccio, di amore e di morte, per dirla con Baricco &#039;La voce di tutti i barboni del mondo&#039;.

Tom Waits

E Tom si mette a cantare col barbone, se non lo si sapesse non si direbbe mai che Waits sta duettando con un loop cantato da una persona che non conosce. Perche&#039; i due sembrano conoscersi, e anche bene, sembra che stiano cantando insieme da tutta la notte, mentre camminano lungo le Banks londinesi, sotto una luna e con un freddo micidiale.
E cantano, cantano, cantano, &quot;come se non avessero fatto nient&#039;altro per tutta la vita&quot; (sempre Baricco, vedi nota).
Deve purtroppo giungere anche la fine, il vagabondo se ne va, rimane Tom Waits, che se ne andra&#039; presto anche lui, accompagnato dai soli archi chiari e dal coro, andando a finire in un tripudio di luce.

La collaborazione di Waits non e&#039; casuale: racconta Bryars che nel 1982 Waits gli telefono&#039; per chiedergli una copia della prima edizione di questo disco, dato che l&#039;aveva persa e che era &quot;il suo disco preferito&quot;: nell&#039;edizione 1993, quindi, e&#039; naturale che Bryars coinvolga nel lavoro un fan di lusso come Tom Waits. 

Cente in www.covodeglisbronzi.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Londra, 1971.<br />
Gavin Bryars, compositore che doveva ancora cogliere i trionfi di pubblico degli anni a venire, sta collaborando con il regista Alan Powers per un film sui senzatetto che vivono nei dintorni della Waterloo station; Bryars deve fornire materiale sonoro e, durante le riprese, registra voci, commenti, canzoni.</p>
<p>Molte di queste sono canzoni di ubriachi, arie d&#8217;opera, canzoni popolari. Dalla voce di una di queste persone, invece, esce un inno religioso, &#8220;Jesus blood never failed me yet&#8221;.</p>
<p>Gran parte del materiale non verra&#8217; usato nel film e rimane nelle mani di Bryars, che all&#8217;epoca sta cominciando a concepire alcune idee di musica concreta (La musica concreta utilizza suoni &#8220;veri&#8221;, quindi voci, rumori e quant&#8217;altro, insieme a strumenti tradizionali. Se oggi, con i campionatori, questo ci sembra ovvio e banale, cosi&#8217; non era trent&#8217;anni fa, quando per avere cose del genere era necessario usare il nastro magnetico NdR ). Questo frammento, soprattutto, è rimasto particolarmente caro a Bryars, che &#8211; dopo poco &#8211; si accorge del fatto che la melodia del vagabondo e&#8217; intonata col suo pianoforte. Bryars comincia quindi a suonarci sopra, a concepire idee.</p>
<p>Ma e&#8217; solo l&#8217;inizio.</p>
<p>La registrazione dura venticinque secondi: troppo pochi, e&#8217; quindi necessario mandarla in loop tramite un nastro chiuso ad anello, seguendo peraltro uno dei procedimenti cardine del minimalismo: l&#8217;individuazione di una cellula sonora, che, replicata, fornisce lo scheletro del brano. E qui avviene la rivelazione: durante una delle sedute di composizione, in studio, Bryars dimentica il loop attivo e va al piano di sotto a prendere un caffe&#8217;, lasciando la porta aperta. Quando torna indietro, nello studio di pittura attiguo alla sala incisione, colmo di artisti solitamente vivaci e rumorosi, c&#8217;e&#8217; il silenzio, gente con lo sguardo fisso, uno che addirittura singhiozza. E sullo sfondo la voce di questo vagabondo, che canta &#8220;Jesus blood never failed me yet, there&#8217;s one thing I know, for He loves me so&#8230;&#8221;. Nessuno ha smesso di lavorare, nessuno si e&#8217; in apparenza accorto del nastro.<br />
Bryars comincia quindi a orchestrare il loop, ma andandoci con i piedi di piombo, per evitare di scalfire l&#8217;enorme potere emozionale di questa composizione.</p>
<p>Cominciano quindi gli esperimenti che portano alla prima incisione, nel 1975, limitata dalla lunghezza di un LP. Ma il pezzo non si ferma, e Bryars continua ad evolverlo, per concerti e altre incisioni.</p>
<p>Quando esce la versione in cd, nel 1993, Bryars presenta una versione di 74 minuti di questa composizione, in cui il loop e&#8217; ripetuto quindi circa centocinquanta volte.</p>
<p>Il primo pensiero, quindi, e&#8217; &#8220;Che du&#8217; palle!&#8221;. Ma e&#8217; perche&#8217; non l&#8217;avete ancora sentito.</p>
<p>E quindi mettiamo il cd nel lettore e ascoltiamo.</p>
<p>Lentamente, dal silenzio, ecco la voce del vagabondo, che viene poco alla volta raggiunta da un quartetto d&#8217;archi che ne accompagna il canto, al quale si aggiungono arpa, organo e alcune percussioni. L&#8217;accompagnamento si evolve, fino a sfociare nella seconda sezione, in cui la parte centrale dell&#8217;accompagnamento e&#8217; svolta da sei violoncelli, eleganti e signorili, e da una campana, a cui lentamente si aggiunge un coro; nel terzo segmento gli archi spariscono completamente, lasciando posto ai fiati e al coro, fino a ricomparire tutti insieme, scuri e chiari, (tra gli archi si definiscono &#8220;chiari&#8221; gli strumenti ad accordatura piu&#8217; acuta, come violini e viole, e &#8220;scuri&#8221; quelli piu&#8217; gravi, come violoncelli e contrabbassi, NdR). Finche&#8217; si penserebbe che l&#8217;evoluzione del brano si sia conclusa, quando avviene un&#8217;autentica sorpresa: arriva una voce che si mette a duettare con il vagabondo.<br />
Questo e&#8217; molto particolare: per la prima volta in quasi un&#8217;ora c&#8217;e&#8217; qualcuno che duetta, non accompagna.<br />
E dopo qualche secondo di stupore, riconosciamo la voce: una voce unica, roca all&#8217;inverosimile, che sa di whisky e di motel, di sigarette e di notti all&#8217;addiaccio, di amore e di morte, per dirla con Baricco &#8216;La voce di tutti i barboni del mondo&#8217;.</p>
<p>Tom Waits</p>
<p>E Tom si mette a cantare col barbone, se non lo si sapesse non si direbbe mai che Waits sta duettando con un loop cantato da una persona che non conosce. Perche&#8217; i due sembrano conoscersi, e anche bene, sembra che stiano cantando insieme da tutta la notte, mentre camminano lungo le Banks londinesi, sotto una luna e con un freddo micidiale.<br />
E cantano, cantano, cantano, &#8220;come se non avessero fatto nient&#8217;altro per tutta la vita&#8221; (sempre Baricco, vedi nota).<br />
Deve purtroppo giungere anche la fine, il vagabondo se ne va, rimane Tom Waits, che se ne andra&#8217; presto anche lui, accompagnato dai soli archi chiari e dal coro, andando a finire in un tripudio di luce.</p>
<p>La collaborazione di Waits non e&#8217; casuale: racconta Bryars che nel 1982 Waits gli telefono&#8217; per chiedergli una copia della prima edizione di questo disco, dato che l&#8217;aveva persa e che era &#8220;il suo disco preferito&#8221;: nell&#8217;edizione 1993, quindi, e&#8217; naturale che Bryars coinvolga nel lavoro un fan di lusso come Tom Waits. </p>
<p>Cente in <a href="http://www.covodeglisbronzi.it" rel="nofollow">http://www.covodeglisbronzi.it</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su giugno, agosto, settembre (nero) di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/02/19/giugno-agosto-settembre-nero/#comment-78</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 19:31:57 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=50#comment-78</guid>
		<description>Jeff Mueller era uno dei chitarristi dei Rodan, prima dello scisma che ne causo` la fine. Unitosi all&#039;altro chitarrista Sean Meadows (che suona anche nei Sonora Pine), al bassista Fred Erskine e al batterista Doug Scharin (ex Codeine, anche nei Rex e negli Him), diede vita ai June Of 44.

Il risultato della contaminazione fra sorgenti cosi` diverse di idee, Engine Takes To The Water (Quarterstick, 1995), e` uno &quot;slowcore&quot; ragionato, concettuale come nella scuola di Slint e Bitch Magnet, ma anche fruibile nell&#039;accezione dei Codeine. Cosi` Have A Safe Trip Dear si apre con una sequenza di accordi sparuti e impiega quasi cinque minuti a prendere forma (e velocita&#039;). In I Get My Kicks For You si aspetta invano che succeda qualcosa: la lunga e snervante sequenza di accordi staccati finisce in una sgraziatissima distorsione, senza che nel brano sia successo nulla. Anche nel formato piu` rock di June Miller e Mindel il gruppo rimane sempre ancorato a uno stile sbilencho e sgangherato. E invece all&#039;improvviso Mooch si apre sui rintocchi di una melodia chitarristica e Sink Is Busted si concede un&#039;armonia rilassata, segno che forse stiamo assistendo alla nascita di un nuovo stile di decostruzione pop. Le ricette strumentali dei June Of 44 sono originali, imprevedibili e quasi sempre suggestive. Cio` che manca al gruppo e` forse un cantante che non si limiti a chiacchierare.

Fra le novita` degne di nota del mini-album Tropics And Meridians (Quarterstick, 1996) forse un rumore piu` granitico nella lunga jam di Anisette (nove minuti), l&#039;ipnotica giungla di accordi mantra-psichedelici dello strumentale Lawn Bowler (sette minuti), il bisbiglio blues ultra-catatonico di Arms Over Arteries (sei minuti). Questo viaggio nelle viscere dello spazio sonoro finisce in grande stile con il dub dissonante di The Trees That They Once Lived In (ribattezzato in seguito Sanctioned In A Birdcage), fra bailamme di chitarre e una predica invasata. Il tutto ha un portamento quasi classico, misurato e certosino. La loro canzone e` una struttura aperta, percossa da nevrosi subliminali, eccitata da scosse emotive intermittenti, dilaniata da angosce sotterranee, puntellata da suoni discontinui. Il loro metodo consiste in un coerente accumulo di conflitti armonici. Il cantante rimane un declamatore altisonante, ma poco duttile, e tutto sommato il punto debole di questa formazione strumentalmente ineccepibile.

www.scaruffi.com</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Jeff Mueller era uno dei chitarristi dei Rodan, prima dello scisma che ne causo` la fine. Unitosi all&#8217;altro chitarrista Sean Meadows (che suona anche nei Sonora Pine), al bassista Fred Erskine e al batterista Doug Scharin (ex Codeine, anche nei Rex e negli Him), diede vita ai June Of 44.</p>
<p>Il risultato della contaminazione fra sorgenti cosi` diverse di idee, Engine Takes To The Water (Quarterstick, 1995), e` uno &#8220;slowcore&#8221; ragionato, concettuale come nella scuola di Slint e Bitch Magnet, ma anche fruibile nell&#8217;accezione dei Codeine. Cosi` Have A Safe Trip Dear si apre con una sequenza di accordi sparuti e impiega quasi cinque minuti a prendere forma (e velocita&#8217;). In I Get My Kicks For You si aspetta invano che succeda qualcosa: la lunga e snervante sequenza di accordi staccati finisce in una sgraziatissima distorsione, senza che nel brano sia successo nulla. Anche nel formato piu` rock di June Miller e Mindel il gruppo rimane sempre ancorato a uno stile sbilencho e sgangherato. E invece all&#8217;improvviso Mooch si apre sui rintocchi di una melodia chitarristica e Sink Is Busted si concede un&#8217;armonia rilassata, segno che forse stiamo assistendo alla nascita di un nuovo stile di decostruzione pop. Le ricette strumentali dei June Of 44 sono originali, imprevedibili e quasi sempre suggestive. Cio` che manca al gruppo e` forse un cantante che non si limiti a chiacchierare.</p>
<p>Fra le novita` degne di nota del mini-album Tropics And Meridians (Quarterstick, 1996) forse un rumore piu` granitico nella lunga jam di Anisette (nove minuti), l&#8217;ipnotica giungla di accordi mantra-psichedelici dello strumentale Lawn Bowler (sette minuti), il bisbiglio blues ultra-catatonico di Arms Over Arteries (sei minuti). Questo viaggio nelle viscere dello spazio sonoro finisce in grande stile con il dub dissonante di The Trees That They Once Lived In (ribattezzato in seguito Sanctioned In A Birdcage), fra bailamme di chitarre e una predica invasata. Il tutto ha un portamento quasi classico, misurato e certosino. La loro canzone e` una struttura aperta, percossa da nevrosi subliminali, eccitata da scosse emotive intermittenti, dilaniata da angosce sotterranee, puntellata da suoni discontinui. Il loro metodo consiste in un coerente accumulo di conflitti armonici. Il cantante rimane un declamatore altisonante, ma poco duttile, e tutto sommato il punto debole di questa formazione strumentalmente ineccepibile.</p>
<p><a href="http://www.scaruffi.com" rel="nofollow">http://www.scaruffi.com</a></p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Palloni gonfiati di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/03/06/palloni-gonfiati/#comment-77</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 19:29:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=54#comment-77</guid>
		<description>Cosa dire... è imbarazzante quasi il dover recensire gente che ha fatto la storia della musica come i Led Zeppelin, soprattutto nel caso di DVD riusciti alla perfezione come quello che ho qui davanti, capaci di farci ripercorrere la carriera di un gruppo così importante. Ma alla fine bisogna pur sempre dire qualcosa che non sia un &quot;fatevi felici e compratelo!&quot; così è il caso di parlare un pò approfonditamente di questo doppio DVD dal titolo semplice ed efficace &quot;Led Zeppelin DVD&quot;.
A distanza di oltre vent&#039;anni, e in concomitanza con l&#039;uscita del triplo live&quot;How the West was won&quot;, Jimmy Page ha deciso finalmente di concedere i migliori materiali video accumulati dalla band nel suo periodo di gloria, curando personalmente la release di questo eccezionale doppio DVD che si pone come una vera e propria Bibbia del &quot;dirigibile&quot;, oltre ad esser stato uno dei migliori pubblicati nel 2003.
E ci voleva in effetti: a parte il video del discusso &quot;The Song Remains the Same&quot;, la band non aveva ancora regalato un bel video ai propri fan, il tutto anche per un certo odio nei confronti dei media che li portò ad assai spordaiche apparizioni TV, alcune delle quali qui documentate con una certa ironia.
Robert, Jimmy, John e Bonzo, i quattro mostri sacri del rock possono ora apparire sui nostri schermi regalandoci le semozioni che devono aver vissuto i fortunati che in quegli anni poterono assistere ai loro concerti.
Il primo DVD copre il periodo degli esordi della band fra il 1969 e il 1970: i primi due album erano già usciti e gli Zeppelin avevan semplicemente voglia di spaccare il mondo. Il concerto del 9 gennaio 1970 alla Royal Albert hall è qualcosa di semplicemente fenomenale: le ottime riprese non perdono un dettaglio importante e ci illustrano alla perfezione la maestria di questi giovani musicisti già capaci di regalare al mondo due album storici. Una setlist da brivido fa tutto il resto, raggiungendo l&#039;apice con delle performance stupefacenti di Jimmy Page alla chitarra, in &quot;Dazed and confused&quot;, &quot;White Summer&quot; e la mitica &quot;Whole lotta Love&quot; in particolar modo, ma anche del mai troppo compianto John Bonham, mister &quot;hammer of the gods&quot; che ci regala un bel pò di minuti da brivido nell&#039;impressionante &quot;Moby Dick&quot;. E a quell&#039;epoca aveva solo 21 anni...
A fare il resto ci pensano il buon John Paul Jones, forse il membro meno in vista della band ma in ogni caso capace di svolgere il suo egregio lavoro, e Robert Plant, frontman eccezionale capace di mettere i brividi ad ogni singolo vocalizzo, carismatico e scatenato ma bravo a cedere la scena ai compagni quando è il loro turno.

www.rocklab.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa dire&#8230; è imbarazzante quasi il dover recensire gente che ha fatto la storia della musica come i Led Zeppelin, soprattutto nel caso di DVD riusciti alla perfezione come quello che ho qui davanti, capaci di farci ripercorrere la carriera di un gruppo così importante. Ma alla fine bisogna pur sempre dire qualcosa che non sia un &#8220;fatevi felici e compratelo!&#8221; così è il caso di parlare un pò approfonditamente di questo doppio DVD dal titolo semplice ed efficace &#8220;Led Zeppelin DVD&#8221;.<br />
A distanza di oltre vent&#8217;anni, e in concomitanza con l&#8217;uscita del triplo live&#8221;How the West was won&#8221;, Jimmy Page ha deciso finalmente di concedere i migliori materiali video accumulati dalla band nel suo periodo di gloria, curando personalmente la release di questo eccezionale doppio DVD che si pone come una vera e propria Bibbia del &#8220;dirigibile&#8221;, oltre ad esser stato uno dei migliori pubblicati nel 2003.<br />
E ci voleva in effetti: a parte il video del discusso &#8220;The Song Remains the Same&#8221;, la band non aveva ancora regalato un bel video ai propri fan, il tutto anche per un certo odio nei confronti dei media che li portò ad assai spordaiche apparizioni TV, alcune delle quali qui documentate con una certa ironia.<br />
Robert, Jimmy, John e Bonzo, i quattro mostri sacri del rock possono ora apparire sui nostri schermi regalandoci le semozioni che devono aver vissuto i fortunati che in quegli anni poterono assistere ai loro concerti.<br />
Il primo DVD copre il periodo degli esordi della band fra il 1969 e il 1970: i primi due album erano già usciti e gli Zeppelin avevan semplicemente voglia di spaccare il mondo. Il concerto del 9 gennaio 1970 alla Royal Albert hall è qualcosa di semplicemente fenomenale: le ottime riprese non perdono un dettaglio importante e ci illustrano alla perfezione la maestria di questi giovani musicisti già capaci di regalare al mondo due album storici. Una setlist da brivido fa tutto il resto, raggiungendo l&#8217;apice con delle performance stupefacenti di Jimmy Page alla chitarra, in &#8220;Dazed and confused&#8221;, &#8220;White Summer&#8221; e la mitica &#8220;Whole lotta Love&#8221; in particolar modo, ma anche del mai troppo compianto John Bonham, mister &#8220;hammer of the gods&#8221; che ci regala un bel pò di minuti da brivido nell&#8217;impressionante &#8220;Moby Dick&#8221;. E a quell&#8217;epoca aveva solo 21 anni&#8230;<br />
A fare il resto ci pensano il buon John Paul Jones, forse il membro meno in vista della band ma in ogni caso capace di svolgere il suo egregio lavoro, e Robert Plant, frontman eccezionale capace di mettere i brividi ad ogni singolo vocalizzo, carismatico e scatenato ma bravo a cedere la scena ai compagni quando è il loro turno.</p>
<p><a href="http://www.rocklab.it" rel="nofollow">http://www.rocklab.it</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su About di bibomedia</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/about/#comment-75</link>
		<dc:creator>bibomedia</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Mar 2008 13:26:38 +0000</pubDate>
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		<description>:)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>:)</p>
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	</item>
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		<title>Commenti su Schegge di ordinaria follia di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/02/19/scheggie-di-ordinaria-follia/#comment-69</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 22:49:15 +0000</pubDate>
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		<description>Gruppo testardamente alternativo, estraneo alle rotte commerciali, insensibile alle lusinghe dei compromessi, massimo erede della filosofia e dell&#039;etica freak, e massimo esponente della linea genealogica &quot;neo-freak&quot; inaugurata dai Butthole Surfers, i Primus del bassista (e cantante) Les Claypool sono uno dei fari della musica rock al principio degli anni &#039;90. Ogni loro brano e&#039; innanzitutto un rompicapo stilistico. Il gruppo ha pochi precedenti, perche&#039; la loro musica assomiglia al progressive-rock (da Frank Zappa ai Rush) ma ha il piglio dell&#039;hardcore. Si sentono echi di Minutemen e Black Flag, ma il portamento dei Primus e` tutto fuorche&#039; punk.

from scaruffi.com</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gruppo testardamente alternativo, estraneo alle rotte commerciali, insensibile alle lusinghe dei compromessi, massimo erede della filosofia e dell&#8217;etica freak, e massimo esponente della linea genealogica &#8220;neo-freak&#8221; inaugurata dai Butthole Surfers, i Primus del bassista (e cantante) Les Claypool sono uno dei fari della musica rock al principio degli anni &#8216;90. Ogni loro brano e&#8217; innanzitutto un rompicapo stilistico. Il gruppo ha pochi precedenti, perche&#8217; la loro musica assomiglia al progressive-rock (da Frank Zappa ai Rush) ma ha il piglio dell&#8217;hardcore. Si sentono echi di Minutemen e Black Flag, ma il portamento dei Primus e` tutto fuorche&#8217; punk.</p>
<p>from scaruffi.com</p>
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		<title>Commenti su Schegge di ordinaria follia di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/02/19/scheggie-di-ordinaria-follia/#comment-68</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 22:48:27 +0000</pubDate>
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		<description>I Primus sono un gruppo alternative rock statunitense, formatosi nel 1984 ad El Sobrante (California).

Chi ha tentato di classificarli, ha spaziato dal thrash funk al genere alternative rock. Il cantante e bassista Les Claypool stesso ha definito la loro musica come psychedelic polka. La band si distingue per le composizioni sui generis ed un irriverente approccio alla musica - hanno pubblicato le loro opere per l&#039;etichetta Prawn Song Records, una parodia della Swan Song dei Led Zeppelin, inoltre il loro slogan era Primus sucks! (I Primus fanno schifo!), utilizzato fino al 2003.
(I Primus sono l&#039;unico gruppo ad avere una propria tag ID3V1.)

from wikipedia</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>I Primus sono un gruppo alternative rock statunitense, formatosi nel 1984 ad El Sobrante (California).</p>
<p>Chi ha tentato di classificarli, ha spaziato dal thrash funk al genere alternative rock. Il cantante e bassista Les Claypool stesso ha definito la loro musica come psychedelic polka. La band si distingue per le composizioni sui generis ed un irriverente approccio alla musica &#8211; hanno pubblicato le loro opere per l&#8217;etichetta Prawn Song Records, una parodia della Swan Song dei Led Zeppelin, inoltre il loro slogan era Primus sucks! (I Primus fanno schifo!), utilizzato fino al 2003.<br />
(I Primus sono l&#8217;unico gruppo ad avere una propria tag ID3V1.)</p>
<p>from wikipedia</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su giugno, agosto, settembre (nero) di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/02/19/giugno-agosto-settembre-nero/#comment-67</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 14:56:09 +0000</pubDate>
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		<description>Fra le novita` degne di nota del mini-album Tropics And Meridians (Quarterstick, 1996) forse un rumore piu` granitico nella lunga jam di Anisette (nove minuti), l&#039;ipnotica giungla di accordi mantra-psichedelici dello strumentale Lawn Bowler (sette minuti), il bisbiglio blues ultra-catatonico di Arms Over Arteries (sei minuti). Questo viaggio nelle viscere dello spazio sonoro finisce in grande stile con il dub dissonante di The Trees That They Once Lived In (ribattezzato in seguito Sanctioned In A Birdcage), fra bailamme di chitarre e una predica invasata. Il tutto ha un portamento quasi classico, misurato e certosino. La loro canzone e` una struttura aperta, percossa da nevrosi subliminali, eccitata da scosse emotive intermittenti, dilaniata da angosce sotterranee, puntellata da suoni discontinui. Il loro metodo consiste in un coerente accumulo di conflitti armonici. Il cantante rimane un declamatore altisonante, ma poco duttile, e tutto sommato il punto debole di questa formazione strumentalmente ineccepibile.

(scaruffi.com)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Fra le novita` degne di nota del mini-album Tropics And Meridians (Quarterstick, 1996) forse un rumore piu` granitico nella lunga jam di Anisette (nove minuti), l&#8217;ipnotica giungla di accordi mantra-psichedelici dello strumentale Lawn Bowler (sette minuti), il bisbiglio blues ultra-catatonico di Arms Over Arteries (sei minuti). Questo viaggio nelle viscere dello spazio sonoro finisce in grande stile con il dub dissonante di The Trees That They Once Lived In (ribattezzato in seguito Sanctioned In A Birdcage), fra bailamme di chitarre e una predica invasata. Il tutto ha un portamento quasi classico, misurato e certosino. La loro canzone e` una struttura aperta, percossa da nevrosi subliminali, eccitata da scosse emotive intermittenti, dilaniata da angosce sotterranee, puntellata da suoni discontinui. Il loro metodo consiste in un coerente accumulo di conflitti armonici. Il cantante rimane un declamatore altisonante, ma poco duttile, e tutto sommato il punto debole di questa formazione strumentalmente ineccepibile.</p>
<p>(scaruffi.com)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su  di a(fx)</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/30/49/#comment-66</link>
		<dc:creator>a(fx)</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 22:47:02 +0000</pubDate>
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		<description>orco &#039;dddinci

lazwell e bernoccolo, li cercavo da un pò...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>orco &#8216;dddinci</p>
<p>lazwell e bernoccolo, li cercavo da un pò&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su  di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/30/49/#comment-65</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2008 21:58:51 +0000</pubDate>
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		<description>NOW IT&#039;S OK !</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>NOW IT&#8217;S OK !</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su  di mr x</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/30/49/#comment-64</link>
		<dc:creator>mr x</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2008 20:11:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/?p=49#comment-64</guid>
		<description>share bee will not load. please re-post</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>share bee will not load. please re-post</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su californication di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/25/48/#comment-63</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jan 2008 12:12:46 +0000</pubDate>
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		<description>ALO, Animal Liberation Orchestra, è un ottimo gruppo californiano, che agisce sotto l’ala protettrice del cantautore Jack Johnson e della sua Brushfire Records. Johnson è in un certo senso il loro “scopritore”, colui che li ha fatti firmare per l’etichetta e ingaggiati per supportare, insieme a Matt Costa, il suo più recente tour europeo. I quattro musicisti che compongono ALO erano compagni di Università, e fin da allora amici di Jack Johnson. La Brushfire è un collettivo di musicisti in cui spesso i rapporti professionali si mescolano con successo ai rapporti personali, come nel caso di Jack Johnson e Donavon Frankenreiter che sono amici di infanzia.
E Jack Johnson ci ha visto davvero giusto a dar fiducia ad Animal Liberation Orchestra. Cantautorato che si mescola a funky all’insegna di uno stile inconfondibilmente californiano, costantemente groovy, distinto da una attitudine cool e positiva. ALO è un altro tassello ben piazzato nella costruzione di un vero e proprio “sound” per l’etichetta Brushfire, che sembra nascere direttamente dal sole della California, dalla bella vita, dalle spiagge e dalle onde giganti ( per un approfondimento vedi Ernesto de Pascale su Il Popolo del Blues , The State I’m In, The Hawaiian Feel ). Il loro album spazia dalle canzoni più intimiste al feeling quasi reggae di Spectrum, oppure ai brani più corali come la ottima “Girl, I wanna lay you down” , di cui anche Frankenreiter, Johnson e l’armonicista G.Love hanno realizzato una loro versione per un EP registrato dal vivo. In questa versione di studio c’è Jack Johnson a cantare. C’è posto per sfumature blues su brani come Wasting Time, mentre il groove si scatena nella fortissima Possibly Drown, in cui la band si fa valere anche nello strumentale con assolo. Bella ed intrigante, trascinata da un groove molto sensuale, anche Shapeshifter. Ci si poteva aspettare questo tipo di sound da un disco della Brushfire, ma inutile sottolineare che l’effetto è voluto. Davvero un bell’album.
 Giulia Nuti su www.ilpopolodelblues.com</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>ALO, Animal Liberation Orchestra, è un ottimo gruppo californiano, che agisce sotto l’ala protettrice del cantautore Jack Johnson e della sua Brushfire Records. Johnson è in un certo senso il loro “scopritore”, colui che li ha fatti firmare per l’etichetta e ingaggiati per supportare, insieme a Matt Costa, il suo più recente tour europeo. I quattro musicisti che compongono ALO erano compagni di Università, e fin da allora amici di Jack Johnson. La Brushfire è un collettivo di musicisti in cui spesso i rapporti professionali si mescolano con successo ai rapporti personali, come nel caso di Jack Johnson e Donavon Frankenreiter che sono amici di infanzia.<br />
E Jack Johnson ci ha visto davvero giusto a dar fiducia ad Animal Liberation Orchestra. Cantautorato che si mescola a funky all’insegna di uno stile inconfondibilmente californiano, costantemente groovy, distinto da una attitudine cool e positiva. ALO è un altro tassello ben piazzato nella costruzione di un vero e proprio “sound” per l’etichetta Brushfire, che sembra nascere direttamente dal sole della California, dalla bella vita, dalle spiagge e dalle onde giganti ( per un approfondimento vedi Ernesto de Pascale su Il Popolo del Blues , The State I’m In, The Hawaiian Feel ). Il loro album spazia dalle canzoni più intimiste al feeling quasi reggae di Spectrum, oppure ai brani più corali come la ottima “Girl, I wanna lay you down” , di cui anche Frankenreiter, Johnson e l’armonicista G.Love hanno realizzato una loro versione per un EP registrato dal vivo. In questa versione di studio c’è Jack Johnson a cantare. C’è posto per sfumature blues su brani come Wasting Time, mentre il groove si scatena nella fortissima Possibly Drown, in cui la band si fa valere anche nello strumentale con assolo. Bella ed intrigante, trascinata da un groove molto sensuale, anche Shapeshifter. Ci si poteva aspettare questo tipo di sound da un disco della Brushfire, ma inutile sottolineare che l’effetto è voluto. Davvero un bell’album.<br />
 Giulia Nuti su <a href="http://www.ilpopolodelblues.com" rel="nofollow">http://www.ilpopolodelblues.com</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su olandialand di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/15/olandialand/#comment-61</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 20:53:42 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/15/olandialand/#comment-61</guid>
		<description>Delineare la storia del gruppo olandese Ex non significa soltanto ripercorrere 20 anni di cultura alternativa musicale e politica europea, ma rappresenta un esercizio istruttivo di per sé. Può insegnare a tutti come sia possibile per un gruppo evolversi in direzioni sempre più ampie e inizialmente inaspettate mantenendo al tempo stesso una coerenza creativa e in parte stilistica assolutamente riconoscibili. In fondo, quanti gruppi nati dall’esperienza punk di fine anni ’70 sono stati capaci di evitare le due trappole principali: la nichilistica autodistruzione dopo il breve e intenso fuoco della ribellione, o viceversa la sopravvivenza come dinosauri della scena alternativa? Dal 1979 al 1984 gli Ex si fanno conoscere come band anarco-punk legata al movimento degli squatters olandesi. I testi sono abrasivi come la “musica”, dissonante, fortemente ritmica e legata alla tradizione più radicale e noise del post-punk inglese; l’espressione musicale è accompagnata da una comunicazione controculturale a 360 gradi, attraverso poster, opuscoli, ecc., poiché il gruppo si sente parte di un progetto collettivo di cambiamento sociale. L’apertura contraddistingue comunque sin dall’inizio l’approccio del gruppo e gli impedisce di fossilizzarsi: gli Ex si pongono come spazio di incontro continuo tra esperienze e persone. Nel 1984 esce Blueprints for a Blackout in cui emergono esplicitamente alcune coordinate che dal punk iniziale lo mettono in comunicazione con approcci musicali diversi; vengono introdotti da una parte strumenti assolutamente insoliti per una punk band come il violino, l’oboe o la marimba, dall’altra la struttura dei pezzi si fa più complessa e contaminata dall’improvvisazione in studio. Verso la metà degli anni Ottanta gli Ex sono tra i primi a incrociare collaborazioni con musicisti e tradizioni musicali di altre culture – una scelta che andrà sempre più a intensificarsi con gli anni- : si tratta del singolo “Enough is enough” con il gruppo curdo Awara. La ricerca di connessioni si orienterà in direzioni multiple: collegamenti e collaborazioni musicali con artisti di vari paesi e culture; collegamenti e connessioni con le tradizioni storiche di resistenza politica e culturale (ad es. la rilettura della storia anarchica a cui è dedicato lo stupendo progetto di The Spanish Revolution, 1986, che presenta un libro di documentazioni fotografiche tratte dagli archivi del CNT catalano insieme a un doppio singolo di cover di brani della resistenza spagnola antifranchista); collegamenti con artisti che a partire dal loro diverso background formativo sono disposti a collaborare creativamente con gli Ex. In particolare è importante la collaborazione che dagli inizi degli anni Novanta gli Ex intessono con il violoncellista e improvvisatore newyorchese Tom Cora e che lasciano meravigliosa traccia in Scrabbling at the Lock (1991) e And the weathermen shrug their shoulders (1993). Ormai è anche chiara la fine della scena indipendente nella sua accezione di controcultura, autogestione e autoproduzione; il 10” “Dead fish” (1990) aveva già sancito sarcasticamente il commento degli Ex su chi pretendeva di mantenere in vita una scena cosiddetta “indie” che di indipendente non aveva più nulla. Ma la risposta a questo declino non è, nel caso del gruppo olandese, il cinico passaggio a un’ottica commerciale, ma la risposta creativa creando nuovi contesti e nuovi pubblici. Sicuramente le collaborazioni live con Lee Ranaldo e Thurston Moore dei Sonic Youth prima e poi il progetto con Tom Cora aprono agli Ex la partecipazione a manifestazioni e festival che si propongono per l’appunto la sperimentazione di territori ibridi, tra noise, jazz radicale, improvvisazione e performance: un caso è il festival Dissonanten a Rotterdam (1989), poi le innumerevoli esperienze dal vivo con Tom Cora e progetti collaborativi sia come Ex sia dei vari componenti. Gli anni Novanta sono caratterizzati da questa disseminazione continua e anche dal riconoscimento degli Ex come gruppo creativo tout court, tanto che la NPS olandese commissiona loro un’ora di musica e promuove concerti con l’Instant Composers Pool di musica improvvisata. Ormai cultura alta, musica contemporanea, spirito punk, dissonanze sonore hanno perso, almeno per certi artisti, la loro fissità ideologica. La fine degli anni Novanta vede gli Ex sbarcare in America attraverso la registrazione del nuovo Cd Starters Alternators, prodotto da Steve Albini e distribuito da Touch and Go. E’ l’occasione per far conoscere finalmente gli Ex anche negli Stati Uniti, e dalle connessioni con la scena di Chicago nasce anche il più noto progetto collaborativo degli ultimi anni: la collaborazione di Ex e Tortoise per In the fishtank (1999). In Italia, dopo alcuni anni in cui degli Ex si era sentito meno parlare, forse proprio per la crisi del circuito alternativo che aveva inizialmente fatto circolare la musica degli Ex, è proprio questo disco che rinvigorisce l’interesse del pubblico che, orfano della scena punk, si è in gran parte disperso nelle più varie direzioni. Ma gli Ex – e la loro storia ventennale sta a dimostrarlo – non hanno certo bisogno della sponsorizzazione post-rock- per legittimare una evoluzione e apertura creativa che ha pochi raffronti in Europa.

www.succoacido.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Delineare la storia del gruppo olandese Ex non significa soltanto ripercorrere 20 anni di cultura alternativa musicale e politica europea, ma rappresenta un esercizio istruttivo di per sé. Può insegnare a tutti come sia possibile per un gruppo evolversi in direzioni sempre più ampie e inizialmente inaspettate mantenendo al tempo stesso una coerenza creativa e in parte stilistica assolutamente riconoscibili. In fondo, quanti gruppi nati dall’esperienza punk di fine anni ’70 sono stati capaci di evitare le due trappole principali: la nichilistica autodistruzione dopo il breve e intenso fuoco della ribellione, o viceversa la sopravvivenza come dinosauri della scena alternativa? Dal 1979 al 1984 gli Ex si fanno conoscere come band anarco-punk legata al movimento degli squatters olandesi. I testi sono abrasivi come la “musica”, dissonante, fortemente ritmica e legata alla tradizione più radicale e noise del post-punk inglese; l’espressione musicale è accompagnata da una comunicazione controculturale a 360 gradi, attraverso poster, opuscoli, ecc., poiché il gruppo si sente parte di un progetto collettivo di cambiamento sociale. L’apertura contraddistingue comunque sin dall’inizio l’approccio del gruppo e gli impedisce di fossilizzarsi: gli Ex si pongono come spazio di incontro continuo tra esperienze e persone. Nel 1984 esce Blueprints for a Blackout in cui emergono esplicitamente alcune coordinate che dal punk iniziale lo mettono in comunicazione con approcci musicali diversi; vengono introdotti da una parte strumenti assolutamente insoliti per una punk band come il violino, l’oboe o la marimba, dall’altra la struttura dei pezzi si fa più complessa e contaminata dall’improvvisazione in studio. Verso la metà degli anni Ottanta gli Ex sono tra i primi a incrociare collaborazioni con musicisti e tradizioni musicali di altre culture – una scelta che andrà sempre più a intensificarsi con gli anni- : si tratta del singolo “Enough is enough” con il gruppo curdo Awara. La ricerca di connessioni si orienterà in direzioni multiple: collegamenti e collaborazioni musicali con artisti di vari paesi e culture; collegamenti e connessioni con le tradizioni storiche di resistenza politica e culturale (ad es. la rilettura della storia anarchica a cui è dedicato lo stupendo progetto di The Spanish Revolution, 1986, che presenta un libro di documentazioni fotografiche tratte dagli archivi del CNT catalano insieme a un doppio singolo di cover di brani della resistenza spagnola antifranchista); collegamenti con artisti che a partire dal loro diverso background formativo sono disposti a collaborare creativamente con gli Ex. In particolare è importante la collaborazione che dagli inizi degli anni Novanta gli Ex intessono con il violoncellista e improvvisatore newyorchese Tom Cora e che lasciano meravigliosa traccia in Scrabbling at the Lock (1991) e And the weathermen shrug their shoulders (1993). Ormai è anche chiara la fine della scena indipendente nella sua accezione di controcultura, autogestione e autoproduzione; il 10” “Dead fish” (1990) aveva già sancito sarcasticamente il commento degli Ex su chi pretendeva di mantenere in vita una scena cosiddetta “indie” che di indipendente non aveva più nulla. Ma la risposta a questo declino non è, nel caso del gruppo olandese, il cinico passaggio a un’ottica commerciale, ma la risposta creativa creando nuovi contesti e nuovi pubblici. Sicuramente le collaborazioni live con Lee Ranaldo e Thurston Moore dei Sonic Youth prima e poi il progetto con Tom Cora aprono agli Ex la partecipazione a manifestazioni e festival che si propongono per l’appunto la sperimentazione di territori ibridi, tra noise, jazz radicale, improvvisazione e performance: un caso è il festival Dissonanten a Rotterdam (1989), poi le innumerevoli esperienze dal vivo con Tom Cora e progetti collaborativi sia come Ex sia dei vari componenti. Gli anni Novanta sono caratterizzati da questa disseminazione continua e anche dal riconoscimento degli Ex come gruppo creativo tout court, tanto che la NPS olandese commissiona loro un’ora di musica e promuove concerti con l’Instant Composers Pool di musica improvvisata. Ormai cultura alta, musica contemporanea, spirito punk, dissonanze sonore hanno perso, almeno per certi artisti, la loro fissità ideologica. La fine degli anni Novanta vede gli Ex sbarcare in America attraverso la registrazione del nuovo Cd Starters Alternators, prodotto da Steve Albini e distribuito da Touch and Go. E’ l’occasione per far conoscere finalmente gli Ex anche negli Stati Uniti, e dalle connessioni con la scena di Chicago nasce anche il più noto progetto collaborativo degli ultimi anni: la collaborazione di Ex e Tortoise per In the fishtank (1999). In Italia, dopo alcuni anni in cui degli Ex si era sentito meno parlare, forse proprio per la crisi del circuito alternativo che aveva inizialmente fatto circolare la musica degli Ex, è proprio questo disco che rinvigorisce l’interesse del pubblico che, orfano della scena punk, si è in gran parte disperso nelle più varie direzioni. Ma gli Ex – e la loro storia ventennale sta a dimostrarlo – non hanno certo bisogno della sponsorizzazione post-rock- per legittimare una evoluzione e apertura creativa che ha pochi raffronti in Europa.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su olandialand di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/15/olandialand/#comment-60</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 20:52:52 +0000</pubDate>
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		<description>“Se si può attribuire all’arte uno scopo, è quello di disincantare e disintossicare dicendo la verità” diceva Wystan H. Auden. Sono venticinque anni che gli Ex ci dicono la loro verità attraverso una ventina di album e un migliaio di concerti. Il commentario sociale s’accompagna a una formula sonora nata col post punk inglese cresciuta con l’avanguardia free jazz, il noise, l’improvvisazione e la musica etnica (Africa e Est Europa).
Formatisi nel 1979 nell’ambito dell’attivismo squat di Amsterdam sotto l’inevitabile influenza dei Crass, gli Ex hanno scelto il loro nome per via della velocità con la quale poteva essere scritto sui muri. Il suono dei primi album (Disturbing Domestic Peace, History Is What’s Happening) é un ponte new wave tra il ritmo dei Gang Of Four e lo stile declamatorio dei Fall. Lo stile acquista in personalità con i successivi Dignity Of Labour, Tumult e Blueprints For A Blackout: schitarrate dalla cadenza marziale fanno da traino alle requisitorie di G.W.Sok, veri e propri tours de force metrici accompagnati dai ritmi africani del drumming di Katherina. Il termine punk incomincia a diventare riduttivo per descrivere il nuovo suono del gruppo. Aumentano gli innesti di musica folk africana ed est europea (Pokkeherrie, Too Many Cowboys e Aural Guerriglia) mentre The Spanish Revolution è un libro fotografico sulla storia della rivoluzione spagnola con allegati due mini cd contenenti quattro canti rivoluzionari. Joggers &amp; Smoggers amplia ulteriormente il discorso di sperimentazione free e improvvisazione noise e vanta la presenza in un paio di episodi di Thurston Moore e Lee Ranaldo dei Sonic Youth (collaborazione che qualche anno più tardi verrà rafforzata con un album, In The Fishtank). Il sound degli Ex è il frutto di una mentalità aperta come testimoniano le innumerevoli collaborazioni nel corso degli anni: l’ensemble curdo degli Awara, il ballerino giapponese Hisako Hor Iikawa, il gruppo americano Tortoise, il suonatore di conga senegalese Serigne, il gruppo congolese Konono ed il cantante eritreo Tsehaytu Beraki. Proprio da una di queste collaborazioni, quella con il violoncellista Tom Cora, nasce quello che molti considerano il loro capolavoro: Scrabbing At The Lock, la quintessenza dell’arte Ex nonché uno degli apici dell’underground europeo degli ultimi venticinque anni.
Gli Ex riescono a far andare avanti di pari passo gestione politica e ricerca musicale, guidati dall’etica punk del do-it-yourself e della coerenza, rifiutando da sempre di prendere parte ai giochi dell’industria discografica. Il concetto di canzone evade da quello di merce, l’uso propagandistico rifugge dai facili slogan e dalla banalità. Canzoni del disastro che parlano ad una collettività, sempre più difforme ed indecifrabile.

www.sodapop.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>“Se si può attribuire all’arte uno scopo, è quello di disincantare e disintossicare dicendo la verità” diceva Wystan H. Auden. Sono venticinque anni che gli Ex ci dicono la loro verità attraverso una ventina di album e un migliaio di concerti. Il commentario sociale s’accompagna a una formula sonora nata col post punk inglese cresciuta con l’avanguardia free jazz, il noise, l’improvvisazione e la musica etnica (Africa e Est Europa).<br />
Formatisi nel 1979 nell’ambito dell’attivismo squat di Amsterdam sotto l’inevitabile influenza dei Crass, gli Ex hanno scelto il loro nome per via della velocità con la quale poteva essere scritto sui muri. Il suono dei primi album (Disturbing Domestic Peace, History Is What’s Happening) é un ponte new wave tra il ritmo dei Gang Of Four e lo stile declamatorio dei Fall. Lo stile acquista in personalità con i successivi Dignity Of Labour, Tumult e Blueprints For A Blackout: schitarrate dalla cadenza marziale fanno da traino alle requisitorie di G.W.Sok, veri e propri tours de force metrici accompagnati dai ritmi africani del drumming di Katherina. Il termine punk incomincia a diventare riduttivo per descrivere il nuovo suono del gruppo. Aumentano gli innesti di musica folk africana ed est europea (Pokkeherrie, Too Many Cowboys e Aural Guerriglia) mentre The Spanish Revolution è un libro fotografico sulla storia della rivoluzione spagnola con allegati due mini cd contenenti quattro canti rivoluzionari. Joggers &amp; Smoggers amplia ulteriormente il discorso di sperimentazione free e improvvisazione noise e vanta la presenza in un paio di episodi di Thurston Moore e Lee Ranaldo dei Sonic Youth (collaborazione che qualche anno più tardi verrà rafforzata con un album, In The Fishtank). Il sound degli Ex è il frutto di una mentalità aperta come testimoniano le innumerevoli collaborazioni nel corso degli anni: l’ensemble curdo degli Awara, il ballerino giapponese Hisako Hor Iikawa, il gruppo americano Tortoise, il suonatore di conga senegalese Serigne, il gruppo congolese Konono ed il cantante eritreo Tsehaytu Beraki. Proprio da una di queste collaborazioni, quella con il violoncellista Tom Cora, nasce quello che molti considerano il loro capolavoro: Scrabbing At The Lock, la quintessenza dell’arte Ex nonché uno degli apici dell’underground europeo degli ultimi venticinque anni.<br />
Gli Ex riescono a far andare avanti di pari passo gestione politica e ricerca musicale, guidati dall’etica punk del do-it-yourself e della coerenza, rifiutando da sempre di prendere parte ai giochi dell’industria discografica. Il concetto di canzone evade da quello di merce, l’uso propagandistico rifugge dai facili slogan e dalla banalità. Canzoni del disastro che parlano ad una collettività, sempre più difforme ed indecifrabile.</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Clock DVA di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/13/clock-dva/#comment-58</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 16:30:48 +0000</pubDate>
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		<description>Newton inizio` il progetto Clock DVA con quattro cassette a tiratura limitata, da cui vennero tratti brani per compilation e il singolo Brigade (1980). Il gruppo nacque nel periodo in cui a Sheffield furoreggiava la musica industriale e in cui andavano di moda i sodalizi fra musica rock e arti visive. Anche loro adottarono pose futuriste e anche loro allestirono spettacoli di luci e proiezioni. A differenza di Cabaret Voltaire e Throbbing Gristle, pero`, i Clock DVA erano un vero complesso rock. Il percussionista Charlie Collins e il chitarrista David Hammond fornivano una solida base per gli esperimenti di Newton. La musica poteva essere improvvisata, distorta e dilatata, lacerata da dissonanze e frammentata in cacofonie, ma rimaneva per lo piu` ancorata al formato della canzone rock, e in cio` fu la sua forza.

Come gran parte della corrente industriale, anche la musica dei Clock DVA doveva in realta` molto alle suite psichedeliche degli anni &#039;60. E infatti la prima registrazione delle loro jam, White Souls In Black Suits (Industrial, 1980 - Italian, 1982), sembra un ibrido di improvvisazione jazz-rock e di deliri acid-rock. Sulla cassetta brillano soprattutto Non, con una vertigine di cacofonie cosmico/psichedeliche di Hammond, un sordido sottofondo di rumori spettrali di Collins e un sonnambulismo demenziale di Newton, e ancor piu` la musica da camera di Anticharge, un lungo rantolo subsonico per squittii di sax, scordature di chitarra, tamburi anemici e stridore di clarinetti. I Clock Dva non inseguono la trance massacrante dei Gristle, ma una piu` dispersiva ricerca particellare sul suono, che parte addirittura dall&#039;Hendrix di 1983 (Discontented, un anti-inno nichilista) e dal Beefheart di Trout Mask Replica (Consent) e arriva alle piece surreali dell&#039;Art Ensemble of Chicago (Contradict) e al boogie abrasivo e futurista degli Stooges (Relentless).

www.scaruffi.com</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Newton inizio` il progetto Clock DVA con quattro cassette a tiratura limitata, da cui vennero tratti brani per compilation e il singolo Brigade (1980). Il gruppo nacque nel periodo in cui a Sheffield furoreggiava la musica industriale e in cui andavano di moda i sodalizi fra musica rock e arti visive. Anche loro adottarono pose futuriste e anche loro allestirono spettacoli di luci e proiezioni. A differenza di Cabaret Voltaire e Throbbing Gristle, pero`, i Clock DVA erano un vero complesso rock. Il percussionista Charlie Collins e il chitarrista David Hammond fornivano una solida base per gli esperimenti di Newton. La musica poteva essere improvvisata, distorta e dilatata, lacerata da dissonanze e frammentata in cacofonie, ma rimaneva per lo piu` ancorata al formato della canzone rock, e in cio` fu la sua forza.</p>
<p>Come gran parte della corrente industriale, anche la musica dei Clock DVA doveva in realta` molto alle suite psichedeliche degli anni &#8216;60. E infatti la prima registrazione delle loro jam, White Souls In Black Suits (Industrial, 1980 &#8211; Italian, 1982), sembra un ibrido di improvvisazione jazz-rock e di deliri acid-rock. Sulla cassetta brillano soprattutto Non, con una vertigine di cacofonie cosmico/psichedeliche di Hammond, un sordido sottofondo di rumori spettrali di Collins e un sonnambulismo demenziale di Newton, e ancor piu` la musica da camera di Anticharge, un lungo rantolo subsonico per squittii di sax, scordature di chitarra, tamburi anemici e stridore di clarinetti. I Clock Dva non inseguono la trance massacrante dei Gristle, ma una piu` dispersiva ricerca particellare sul suono, che parte addirittura dall&#8217;Hendrix di 1983 (Discontented, un anti-inno nichilista) e dal Beefheart di Trout Mask Replica (Consent) e arriva alle piece surreali dell&#8217;Art Ensemble of Chicago (Contradict) e al boogie abrasivo e futurista degli Stooges (Relentless).</p>
<p><a href="http://www.scaruffi.com" rel="nofollow">http://www.scaruffi.com</a></p>
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	<item>
		<title>Commenti su omaggio a Camus di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/03/tuxedomoon/#comment-49</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jan 2008 13:17:26 +0000</pubDate>
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		<description>Per la fine del ‘78 / inizio ‘79, ricuciti i rapporti con Tong, uscì un altro singolo del gruppo in collaborazione col grande performer, accreditato appunto a Winston Tong with Tuxedomoon. E fu ancora capolavoro. Stranger, infatti, era ispirata dall’omonimo romanzo di Albert Camus, anzi iniziava proprio con i versi del celebre autore esistenzialista. Poi proseguiva insieme drammatica e straziante, un brano dalla vibrazione intensissima e col disperato ritornello (“non è colpa mia, sono uno straniero”) contrappuntato da un meraviglioso violino in scala discendente. Non esattamente un brano gotico, benché le tematiche fossero quelle e la sensibilità non avrebbe potuto essere più estrema. Il retro Love/No Hope riprendeva esasperandole certe cacofonie angosciose già sentite in altre occasioni.

from www.rosaselvaggia.com</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Per la fine del ‘78 / inizio ‘79, ricuciti i rapporti con Tong, uscì un altro singolo del gruppo in collaborazione col grande performer, accreditato appunto a Winston Tong with Tuxedomoon. E fu ancora capolavoro. Stranger, infatti, era ispirata dall’omonimo romanzo di Albert Camus, anzi iniziava proprio con i versi del celebre autore esistenzialista. Poi proseguiva insieme drammatica e straziante, un brano dalla vibrazione intensissima e col disperato ritornello (“non è colpa mia, sono uno straniero”) contrappuntato da un meraviglioso violino in scala discendente. Non esattamente un brano gotico, benché le tematiche fossero quelle e la sensibilità non avrebbe potuto essere più estrema. Il retro Love/No Hope riprendeva esasperandole certe cacofonie angosciose già sentite in altre occasioni.</p>
<p>from <a href="http://www.rosaselvaggia.com" rel="nofollow">http://www.rosaselvaggia.com</a></p>
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		<title>Commenti su un folletto aspiratutto di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2008/01/04/un-folletto-non-laspirapolvere/#comment-48</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jan 2008 18:33:14 +0000</pubDate>
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		<description>Ho un alibi per il 27 Febbraio 1997. Ero a Londra, in questo splendido concerto di Björk! Sempre bellissima, con le mani decorate da sposa bérbera, inizia con l&#039;atmosfera sognante di &quot;Headphones&quot;, per aprire con un ritmo martellante e sintesi pinkfloydiana &quot;Army Of Me&quot; e &quot;One Day&quot; più tribale, con la batteria elettronica di un Trevor Morais in ottima forma. In &quot;The Modern Things&quot; Björk scalda ulteriormente la sua splendida voce, ed esprime un &quot;Venus As A Boy&quot; ai massimi livelli, insieme alla fisarmonica di Yashuiro (Coba), creando un clima da Mississipi.
Vibrante e magnetica &quot;You Have Been Flirting Again&quot; sfuma verso un arrangiamento meccanico, da fabbrica, in &quot;Isobel&quot;. &quot;Possibly Maybe&quot; inizia con campionamenti telematici in una ritmica incalzante dove protagonista è sempre la Sua voce.
Molto techno in &quot;I Go Humble&quot; mi è piaciuta molto. In &quot;Big Time Sensuality&quot; aveva già cominciato a sudare (e noi con lei ;) in una danza frenetica con una esplosiva &quot;Hyperballad&quot;. Ancora un inizio pinkfloydiano in &quot;Enjoy&quot; altro brano dove ha dato molto con tutta la Band. Scendono le tende giapponesi su &quot;Human Behaviour&quot; che apre una atmosfera suggestiva su &quot;Anchor Song&quot; voce e fisarmonica.
Quando un grido di dolore sublima la sua energia, &quot;I Miss You&quot; sono le giuste parole con la giusta musica. &quot;Crying&quot; è stata forse la più simile all&#039;esecuzione in studio, molto intensa, così come la chiusura con &quot;Violently Happy&quot;: chi aveva resistito senza ballare fino a quel momento, si è trovato con le gambe che si muovevano da sole.
A distanza di anni, quando rivedo il video, provo ancora le emozioni che
provavo allora. Anche Leila Arab (mix), Guy Sigsworth (Harpsychord), Ed Handley
e Andy Turner (kbd) hanno dato un fattivo contributo a tutto il concerto.
Sono rimasto colpito a sentire Yasmiro Koblalansky (di origini Orientali) suonare
così bene uno strumento tipico della Cultura nordeuropea, ennesima prova che la Musica unisce tutte le genti sotto l&#039;universalità del messaggio che reca. (http://bjork.iobloggo.com)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho un alibi per il 27 Febbraio 1997. Ero a Londra, in questo splendido concerto di Björk! Sempre bellissima, con le mani decorate da sposa bérbera, inizia con l&#8217;atmosfera sognante di &#8220;Headphones&#8221;, per aprire con un ritmo martellante e sintesi pinkfloydiana &#8220;Army Of Me&#8221; e &#8220;One Day&#8221; più tribale, con la batteria elettronica di un Trevor Morais in ottima forma. In &#8220;The Modern Things&#8221; Björk scalda ulteriormente la sua splendida voce, ed esprime un &#8220;Venus As A Boy&#8221; ai massimi livelli, insieme alla fisarmonica di Yashuiro (Coba), creando un clima da Mississipi.<br />
Vibrante e magnetica &#8220;You Have Been Flirting Again&#8221; sfuma verso un arrangiamento meccanico, da fabbrica, in &#8220;Isobel&#8221;. &#8220;Possibly Maybe&#8221; inizia con campionamenti telematici in una ritmica incalzante dove protagonista è sempre la Sua voce.<br />
Molto techno in &#8220;I Go Humble&#8221; mi è piaciuta molto. In &#8220;Big Time Sensuality&#8221; aveva già cominciato a sudare (e noi con lei ;) in una danza frenetica con una esplosiva &#8220;Hyperballad&#8221;. Ancora un inizio pinkfloydiano in &#8220;Enjoy&#8221; altro brano dove ha dato molto con tutta la Band. Scendono le tende giapponesi su &#8220;Human Behaviour&#8221; che apre una atmosfera suggestiva su &#8220;Anchor Song&#8221; voce e fisarmonica.<br />
Quando un grido di dolore sublima la sua energia, &#8220;I Miss You&#8221; sono le giuste parole con la giusta musica. &#8220;Crying&#8221; è stata forse la più simile all&#8217;esecuzione in studio, molto intensa, così come la chiusura con &#8220;Violently Happy&#8221;: chi aveva resistito senza ballare fino a quel momento, si è trovato con le gambe che si muovevano da sole.<br />
A distanza di anni, quando rivedo il video, provo ancora le emozioni che<br />
provavo allora. Anche Leila Arab (mix), Guy Sigsworth (Harpsychord), Ed Handley<br />
e Andy Turner (kbd) hanno dato un fattivo contributo a tutto il concerto.<br />
Sono rimasto colpito a sentire Yasmiro Koblalansky (di origini Orientali) suonare<br />
così bene uno strumento tipico della Cultura nordeuropea, ennesima prova che la Musica unisce tutte le genti sotto l&#8217;universalità del messaggio che reca. (<a href="http://bjork.iobloggo.com" rel="nofollow">http://bjork.iobloggo.com</a>)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Spirito trasognato di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/12/21/spirito-trasognato/#comment-38</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Dec 2007 01:10:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/12/21/spirito-trasognato/#comment-38</guid>
		<description>Finalmente un disco davvero bello, emozionante fino alla fine, che ci propone un Robert Plant meno egoista, affiancato da una meravigliosa e bravissima cantante/violinista, Alison Krauss.

&quot;Raising Sand&quot; si direbbe un disco semplice, un abbandono all&#039;emozione pura. Ma la cosa più bella è che finalmente Plant ammette di avere una certa età, perciò nel disco non troverete nessun azzardo di imbarazzanti acuti (già visti in alcuni lavori da solista). Mentre la ragazza, star del blues, è perfetta assieme a lui, e il progetto funziona. Classico e moderno trovano una fusione inaspettata, oltre a sfumature folk e il buon vecchio blues di sempre.

Atmosfere dolci e sognanti, voci celestiali e musica rilassante. Un netto distacco dalla musica di oggi: se infatti i vecchi cantautori americani ora pubblicano dischi che li rendono ancora più decrepiti, qui Plant sembra tornare giovane, e riscoprire il vero amore di cui tanto parlava con un gruppetto chiamato Led Zeppelin.

&quot;Raising Sand&quot; si propone come il probabile miglior disco dell&#039;anno. Non perdetevelo, nostalgici o appassionati di vera musica che siate.

www..debaser.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente un disco davvero bello, emozionante fino alla fine, che ci propone un Robert Plant meno egoista, affiancato da una meravigliosa e bravissima cantante/violinista, Alison Krauss.</p>
<p>&#8220;Raising Sand&#8221; si direbbe un disco semplice, un abbandono all&#8217;emozione pura. Ma la cosa più bella è che finalmente Plant ammette di avere una certa età, perciò nel disco non troverete nessun azzardo di imbarazzanti acuti (già visti in alcuni lavori da solista). Mentre la ragazza, star del blues, è perfetta assieme a lui, e il progetto funziona. Classico e moderno trovano una fusione inaspettata, oltre a sfumature folk e il buon vecchio blues di sempre.</p>
<p>Atmosfere dolci e sognanti, voci celestiali e musica rilassante. Un netto distacco dalla musica di oggi: se infatti i vecchi cantautori americani ora pubblicano dischi che li rendono ancora più decrepiti, qui Plant sembra tornare giovane, e riscoprire il vero amore di cui tanto parlava con un gruppetto chiamato Led Zeppelin.</p>
<p>&#8220;Raising Sand&#8221; si propone come il probabile miglior disco dell&#8217;anno. Non perdetevelo, nostalgici o appassionati di vera musica che siate.</p>
<p><a href="http://www..debaser.it" rel="nofollow">http://www..debaser.it</a></p>
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	<item>
		<title>Commenti su All&#8217;incrocio per Utrecht di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/11/28/allincrocio-per-utrecht/#comment-37</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 23:04:17 +0000</pubDate>
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		<description>http://iononsonocomevoimenomale.splinder.com scrive

Il ricordo è ancora vivissimo, impresso nella mia memoria in maniera indelebile.

Era il 1990 ed io ero già Kid DjD, brufoloso ragazzetto fissato con la musica ed il rap in particolare; mettendo religiosamente i soldi da parte stavo ricostruendo la storia della Doppia H e di tanto in tanto mi avventuravo in ambiti molto lontani dalla cultura &quot;microfono+campionatore+giradischi&quot;.

Il cugino più grande mi registrò una cassetta con canzoni sparse dei Pixies, la cugina invece mi regalò KissMe (x3) dei Cure mentre Metrosexual Flash mi introduceva ai Pink Floyd e ai King Crimson dando vita quindi ad un confuso rockettaro parallelamente al pischello che voleva essere Jam Master Jay.

Come ogni ragazzetto passavo tanto tempo davanti a Video Music, la mitica proto MTV italiana che mandava non solo i video pop ma anche le cose più ricercate e figherrime.

Un pomeriggio di primavera, non lo dimenticherò mai, vidi il videoclip di NO KID degli Urban Dance Squad e quasi urlai dalla gioia.

Bestiale, incredibile, inaudito!

Una band rock (chitarra+basso+batteria) con un rapper e un dj!!!!

SIIII!!

UN DJ!!

Orrore supremo dei rockettari talebani di quei tempi, gli UDS osavano fondere l&#039;hardrock con il terrore riconosciuto per i puristi, ossia l&#039;Hip Hop.

Non che fossero i primi (parlare dei Run DMC e degli Areosmith di Walk This Way, per fare un esempio, sarebbe banale) per carità.

Ma di sicuro sono stati i primi a prendere la su citata Walk This Way e a farne sistema.

Così come sono stati i primissimi ad avere come membro stabile un virtuoso del giradischi (DNA, un eroe in Olanda, uno che è arrivato a fare remix per celebrissime popstar) e un vero e proprio rapper (un po&#039; scarso ma molto simpatico, il vecchio Rudeboy) come vocalist.

Avevo un buono da spendere per un cd (non ricordo, ma sarà stato tra i primi compact che ho comprato in vita mia) e scelsi di comprare (e la pirotecnica NO KID la avevo ascoltata solo una volta) questo

urban dance squad - mental floss for the globe

Mental Floss For The Globe (il titolo dell&#039;album)

che è niente di più e niente di meno che un fottuto capolavoro, una pietra miliare della mia estetica musicale, lo sdoganamento finale dell&#039;abbattimento delle barriere tra 2 cose solo apparentemente lontane, il rap e l&#039;hard rock.

Ed è anche un&#039;ingiustizia suprema, una di quelle che grida vendetta da quasi venti anni, perchè la formula crossover tra rime e chitarroni sarà resa famosa in maniera globale da un&#039;altra grandissima band e cioè i Rage Against The Machine.

Certo, Mike Patton rappava di tanto in tanto dei Faith No More (e lo faceva con risultati molto più scarsi quel finocchio dei Red Hot Chili Peppers), i Run DMC e i Public Enemy campionavano chitarrazze bestiali nei loro pezzi, ma gli UDS furono ( e mi ripeto) i pionieri dei due mondi che si fondono come intenzione sistematica.

Il loro debutto, così come i successivi, spacca ancora alla grande, alla grandissima.

Funk, Hardcore, Hip Hop in una sola meravigliosa, caldissima bomba atomica di disco.

Ed io lo sto ascoltando in questo momento.

p.s. gli UDS non erano una band di spacciatori di Los Angeles, erano tutti di Amsterdam!!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://iononsonocomevoimenomale.splinder.com" rel="nofollow">http://iononsonocomevoimenomale.splinder.com</a> scrive</p>
<p>Il ricordo è ancora vivissimo, impresso nella mia memoria in maniera indelebile.</p>
<p>Era il 1990 ed io ero già Kid DjD, brufoloso ragazzetto fissato con la musica ed il rap in particolare; mettendo religiosamente i soldi da parte stavo ricostruendo la storia della Doppia H e di tanto in tanto mi avventuravo in ambiti molto lontani dalla cultura &#8220;microfono+campionatore+giradischi&#8221;.</p>
<p>Il cugino più grande mi registrò una cassetta con canzoni sparse dei Pixies, la cugina invece mi regalò KissMe (x3) dei Cure mentre Metrosexual Flash mi introduceva ai Pink Floyd e ai King Crimson dando vita quindi ad un confuso rockettaro parallelamente al pischello che voleva essere Jam Master Jay.</p>
<p>Come ogni ragazzetto passavo tanto tempo davanti a Video Music, la mitica proto MTV italiana che mandava non solo i video pop ma anche le cose più ricercate e figherrime.</p>
<p>Un pomeriggio di primavera, non lo dimenticherò mai, vidi il videoclip di NO KID degli Urban Dance Squad e quasi urlai dalla gioia.</p>
<p>Bestiale, incredibile, inaudito!</p>
<p>Una band rock (chitarra+basso+batteria) con un rapper e un dj!!!!</p>
<p>SIIII!!</p>
<p>UN DJ!!</p>
<p>Orrore supremo dei rockettari talebani di quei tempi, gli UDS osavano fondere l&#8217;hardrock con il terrore riconosciuto per i puristi, ossia l&#8217;Hip Hop.</p>
<p>Non che fossero i primi (parlare dei Run DMC e degli Areosmith di Walk This Way, per fare un esempio, sarebbe banale) per carità.</p>
<p>Ma di sicuro sono stati i primi a prendere la su citata Walk This Way e a farne sistema.</p>
<p>Così come sono stati i primissimi ad avere come membro stabile un virtuoso del giradischi (DNA, un eroe in Olanda, uno che è arrivato a fare remix per celebrissime popstar) e un vero e proprio rapper (un po&#8217; scarso ma molto simpatico, il vecchio Rudeboy) come vocalist.</p>
<p>Avevo un buono da spendere per un cd (non ricordo, ma sarà stato tra i primi compact che ho comprato in vita mia) e scelsi di comprare (e la pirotecnica NO KID la avevo ascoltata solo una volta) questo</p>
<p>urban dance squad &#8211; mental floss for the globe</p>
<p>Mental Floss For The Globe (il titolo dell&#8217;album)</p>
<p>che è niente di più e niente di meno che un fottuto capolavoro, una pietra miliare della mia estetica musicale, lo sdoganamento finale dell&#8217;abbattimento delle barriere tra 2 cose solo apparentemente lontane, il rap e l&#8217;hard rock.</p>
<p>Ed è anche un&#8217;ingiustizia suprema, una di quelle che grida vendetta da quasi venti anni, perchè la formula crossover tra rime e chitarroni sarà resa famosa in maniera globale da un&#8217;altra grandissima band e cioè i Rage Against The Machine.</p>
<p>Certo, Mike Patton rappava di tanto in tanto dei Faith No More (e lo faceva con risultati molto più scarsi quel finocchio dei Red Hot Chili Peppers), i Run DMC e i Public Enemy campionavano chitarrazze bestiali nei loro pezzi, ma gli UDS furono ( e mi ripeto) i pionieri dei due mondi che si fondono come intenzione sistematica.</p>
<p>Il loro debutto, così come i successivi, spacca ancora alla grande, alla grandissima.</p>
<p>Funk, Hardcore, Hip Hop in una sola meravigliosa, caldissima bomba atomica di disco.</p>
<p>Ed io lo sto ascoltando in questo momento.</p>
<p>p.s. gli UDS non erano una band di spacciatori di Los Angeles, erano tutti di Amsterdam!!</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Dolce come miele di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/12/15/dolce-come-miele/#comment-36</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 21:29:24 +0000</pubDate>
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		<description>E’ ora di chiudere, come recita il cartello. Il locale sbaracca, le luci si spengono nella piccola bettola di provincia. Ci sono qualche tavolo di legno, qualche sedia. C’è un signore, dietro al bancone, che finisce di asciugare i bicchieri dove sono transitate più labbra a sorseggiare le bottiglie di whiskey che giacciono, vuote, in un angolo. C’è anche un pianoforte polveroso là a ridosso della parete buia; lì un signore di Pomona-California si è appena seduto per regalarci le note delle sue languide poesie in musica, i suoi blues notturni, le sue odi alla notte. Il signore di nome fa Tom ed attacca con un pezzo dolce e carezzevole e la voce sembra quasi quella di un’altra persona. Non può essere lui, l’orco di Pomona com’era soprannominato…questo Tom è delicato, malinconico, romantico, drammatico e, si, anche commovente. Pian piano gli si avvicinano un chitarrista acustico, un sassofonista, un batterista munito di spazzole e così inzia questo lungo canto in dodici episodi, nell’ora di chiusura. Ed è poesia che scorre su binari soavi, su nomi di donne (Martha, Rosie) di cui si spera di non innamorarsi mai (I Hope That I Don’t Fall In Love With You), su vecchi ricordi di anni lontani (Ol’ 55) e di scarpe immoratalate in cartoline (Old Shoes). Sussulti pochi ma quando fuori per strada passa l’uomo del gelato Tom si improvvisa cabarettistico intrattenitore (Ice Cream Man) ed alza il ritmo con piacere. La voce è imberbe ma si farà. E’ proprio ora di chiudere, Tom non ha più niente da dire (nè da cantare) e si abbandona alle note del pianoforte prima di chiuderlo e riporre il panno sopra di esso. Sembra la fine della storia, in realtà tutto questo è solo l’inizio dell’avventura artistica di un uomo che è uno dei più influenti (e forse, si, anche dei più grandi) songwriters viventi. Il voto è puramente indicativo perchè più avanti negli anni saprà rapirci con magie estremamente innovative, ma la sonata (non mi va l’idea di chiamarla disco) in questione è davvero un gioiellino.
from: thewallofsound.wordpress.com</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E’ ora di chiudere, come recita il cartello. Il locale sbaracca, le luci si spengono nella piccola bettola di provincia. Ci sono qualche tavolo di legno, qualche sedia. C’è un signore, dietro al bancone, che finisce di asciugare i bicchieri dove sono transitate più labbra a sorseggiare le bottiglie di whiskey che giacciono, vuote, in un angolo. C’è anche un pianoforte polveroso là a ridosso della parete buia; lì un signore di Pomona-California si è appena seduto per regalarci le note delle sue languide poesie in musica, i suoi blues notturni, le sue odi alla notte. Il signore di nome fa Tom ed attacca con un pezzo dolce e carezzevole e la voce sembra quasi quella di un’altra persona. Non può essere lui, l’orco di Pomona com’era soprannominato…questo Tom è delicato, malinconico, romantico, drammatico e, si, anche commovente. Pian piano gli si avvicinano un chitarrista acustico, un sassofonista, un batterista munito di spazzole e così inzia questo lungo canto in dodici episodi, nell’ora di chiusura. Ed è poesia che scorre su binari soavi, su nomi di donne (Martha, Rosie) di cui si spera di non innamorarsi mai (I Hope That I Don’t Fall In Love With You), su vecchi ricordi di anni lontani (Ol’ 55) e di scarpe immoratalate in cartoline (Old Shoes). Sussulti pochi ma quando fuori per strada passa l’uomo del gelato Tom si improvvisa cabarettistico intrattenitore (Ice Cream Man) ed alza il ritmo con piacere. La voce è imberbe ma si farà. E’ proprio ora di chiudere, Tom non ha più niente da dire (nè da cantare) e si abbandona alle note del pianoforte prima di chiuderlo e riporre il panno sopra di esso. Sembra la fine della storia, in realtà tutto questo è solo l’inizio dell’avventura artistica di un uomo che è uno dei più influenti (e forse, si, anche dei più grandi) songwriters viventi. Il voto è puramente indicativo perchè più avanti negli anni saprà rapirci con magie estremamente innovative, ma la sonata (non mi va l’idea di chiamarla disco) in questione è davvero un gioiellino.<br />
from: thewallofsound.wordpress.com</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Dolce come miele di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/12/15/dolce-come-miele/#comment-35</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 21:18:27 +0000</pubDate>
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		<description>All’inizio degli anni ’70, c’era un giovane artista che si aggirava per i piano bar della California proponendo il suo repertorio. Poco più che ventenne, la sua voce era già roca per il troppo fumo e alcool, e dotata di quell’espressività che è propria solo degli artisti più navigati e di coloro che hanno vissuto molto e intensamente. Questo giovane artista nelle sue canzoni parlava di vinti e delusi, ma anche di suggestivi viaggi notturni in macchina, di grandi amori nascenti e di altri che nonostante il tempo passato e la nostalgia sono ancora vivi, di suggestive passeggiate metropolitane nel profondo della notte in cerca di un bar… e no, non crediate che il suo fosse il solito repertorio da piano bar, in cui la musica alla fine diventa solo un soffuso, convenzionale accompagnamento per chi vuole affogare i dispiaceri in qualche bicchiere di liquore. Sì, questo giovane aveva del talento e un tale Herb Cohen, che già fece da manager a un tale Frank Zappa, se ne accorse e lo portò sotto la propria egida, con un contratto per la Asylum. Fu così che egli poté pubblicare il suo primo album, dimosrando tutto il suo talento sopraffino per la musica, capace di dar vita ora a raffinate sonorità jazz nostalgiche e amare, ma mai rassegnate, ora a delicate ballate per chitarra acustica o solo pianoforte, ora ancora a stupendi ibridi jazz-funk. Fu l’inizio di una brillante carriera, fatta di qualche basso, certo, ma soprattutto di canzoni e album meravigliosi, che avrebbero segnato tre decadi di onorata carriera e ispirato un nutrito seguito di artisti giovani e già affermati, che ne avrebbero proposto diverse versioni coverizzate. Sicuramente la storia di Tom Waits non è quella di un artista di piano bar baciato dalla fortuna, ma si potrebbe in fondo pensare che sia davvero andata così. L’intensità dei testi e delle interpretazioni di Waits fanno di questo “Closing Time”, uscito nel lontano 1973, un album di assoluto valore, un debutto sfolgorante per quello che si sarebbe rivelato uno dei più importanti musicisti dei nostri tempi. E da allora ne ha fatta di strada Tom Waits, sfornando una buona serie di album entro lo stile di questo suo primo capolavoro (“Small Change” del 1976 e “Blue Valentine” del 1978 su tutti) per poi imprimere delle drastiche volte alla sua musica a partire dagli anni ’80, dapprima rafforzandone la componente teatrale negli anni ’80, complice il suo interesse per il cinema e il teatro – memorabili le sue apparizioni in “Coffee and Cigarettes” e “Daunbailò” di Jim Jarmusch – e in seguito effettuando addirittura una svolta rumoristica con l’album cult “Bone Machine”, successo recentemente bissato dal superbo “Real Gone”. Nel mezzo, qualche lunga pausa di riflessione verso la fine degli anni ’90, ma si sa che i grandi artisti ogni tanto hanno bisogno di staccare la spina. Alla fine ci siamo dilungati un po’, però all’inizio di tutto questo c’è stato questo meraviglioso “Closing Time”, con i suoi notturni “Ol’ 55” e “Midnight Lullaby”, le amare “Lonely” e “Midnight Lullaby”, le dolcissime “Martha” e “I Hope I that don’t fall in Love with You” – che la brava Emiliana Torrini ci ha recentemente riproposto – e così via… Ma più in generale forse è più giusto parlare del mood vissuto ed emozionante delle sue canzoni, nonostante la ruvidità burbera di Tom Waits, uomo dalla scorza dura e personaggio difficile, che però evidentemente cova dentro di sé una sensibilità fuori dal comune. Tutto è partito da qui insomma, e un motivo migliore per spingervi ad ascoltare “Closing Time” mi è davvero difficile trovarvelo…
www.rocklab.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio degli anni ’70, c’era un giovane artista che si aggirava per i piano bar della California proponendo il suo repertorio. Poco più che ventenne, la sua voce era già roca per il troppo fumo e alcool, e dotata di quell’espressività che è propria solo degli artisti più navigati e di coloro che hanno vissuto molto e intensamente. Questo giovane artista nelle sue canzoni parlava di vinti e delusi, ma anche di suggestivi viaggi notturni in macchina, di grandi amori nascenti e di altri che nonostante il tempo passato e la nostalgia sono ancora vivi, di suggestive passeggiate metropolitane nel profondo della notte in cerca di un bar… e no, non crediate che il suo fosse il solito repertorio da piano bar, in cui la musica alla fine diventa solo un soffuso, convenzionale accompagnamento per chi vuole affogare i dispiaceri in qualche bicchiere di liquore. Sì, questo giovane aveva del talento e un tale Herb Cohen, che già fece da manager a un tale Frank Zappa, se ne accorse e lo portò sotto la propria egida, con un contratto per la Asylum. Fu così che egli poté pubblicare il suo primo album, dimosrando tutto il suo talento sopraffino per la musica, capace di dar vita ora a raffinate sonorità jazz nostalgiche e amare, ma mai rassegnate, ora a delicate ballate per chitarra acustica o solo pianoforte, ora ancora a stupendi ibridi jazz-funk. Fu l’inizio di una brillante carriera, fatta di qualche basso, certo, ma soprattutto di canzoni e album meravigliosi, che avrebbero segnato tre decadi di onorata carriera e ispirato un nutrito seguito di artisti giovani e già affermati, che ne avrebbero proposto diverse versioni coverizzate. Sicuramente la storia di Tom Waits non è quella di un artista di piano bar baciato dalla fortuna, ma si potrebbe in fondo pensare che sia davvero andata così. L’intensità dei testi e delle interpretazioni di Waits fanno di questo “Closing Time”, uscito nel lontano 1973, un album di assoluto valore, un debutto sfolgorante per quello che si sarebbe rivelato uno dei più importanti musicisti dei nostri tempi. E da allora ne ha fatta di strada Tom Waits, sfornando una buona serie di album entro lo stile di questo suo primo capolavoro (“Small Change” del 1976 e “Blue Valentine” del 1978 su tutti) per poi imprimere delle drastiche volte alla sua musica a partire dagli anni ’80, dapprima rafforzandone la componente teatrale negli anni ’80, complice il suo interesse per il cinema e il teatro – memorabili le sue apparizioni in “Coffee and Cigarettes” e “Daunbailò” di Jim Jarmusch – e in seguito effettuando addirittura una svolta rumoristica con l’album cult “Bone Machine”, successo recentemente bissato dal superbo “Real Gone”. Nel mezzo, qualche lunga pausa di riflessione verso la fine degli anni ’90, ma si sa che i grandi artisti ogni tanto hanno bisogno di staccare la spina. Alla fine ci siamo dilungati un po’, però all’inizio di tutto questo c’è stato questo meraviglioso “Closing Time”, con i suoi notturni “Ol’ 55” e “Midnight Lullaby”, le amare “Lonely” e “Midnight Lullaby”, le dolcissime “Martha” e “I Hope I that don’t fall in Love with You” – che la brava Emiliana Torrini ci ha recentemente riproposto – e così via… Ma più in generale forse è più giusto parlare del mood vissuto ed emozionante delle sue canzoni, nonostante la ruvidità burbera di Tom Waits, uomo dalla scorza dura e personaggio difficile, che però evidentemente cova dentro di sé una sensibilità fuori dal comune. Tutto è partito da qui insomma, e un motivo migliore per spingervi ad ascoltare “Closing Time” mi è davvero difficile trovarvelo…<br />
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su mescola il sardo con il vietnamita di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/12/02/mescola-il-sardo-con-il-vietnamita/#comment-34</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Dec 2007 18:35:19 +0000</pubDate>
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		<description>Maurizio Comandini scrive:

Il chitarrista franco-vietnamita Nguyên Lê affronta con i due amici Paolo Fresu e Dhafer Youssef una nuova sfida per la quale si da regole piuttosto interessanti che caratterizzano a livello strutturale e produttivo questo Homescape, un titolo decisamente programmatico.

L’idea è per l’appunto quella di utilizzare come ‘locus’ creativo lo studio di registrazione domestico del musicista, nel quartiere Barbès di Parigi. In questo ambiente familiare Nguyên si ritrova con Paolo Fresu (un musicista che è ormai cittadino del mondo, in costante peregrinazione per suonare in giro, soprattutto in Europa) e con il suonatore di oud Dhafer Youssef, anche lui emigrato di lusso, ma anche suo vicino di casa e quindi più facilmente raggiungibile.

Le loro improvvisazioni vengono registrate in lunghe sedute dove si cerca l’ispirazione e il bacio fatato della musa e poi con l’ausilio del computer vengono individuate sezioni che si prestano a diventare elementi tematici e il materiale prende forma in una quindicina di brani di breve o media durata (da due a sette minuti).

E’ una tecnica che assomiglia un po’, fatte le debite modifiche figlie della tecnologia ora disponibile, a quello che aveva fatto Teo Macero con Miles Davis alla fine degli anni sessanta. In quel caso i musicisti andavano in studio di registrazione, i nastri venivano lasciati correre senza sosta e poi si ricostruivano brani con montaggi creativi e soluzioni che prendevano a prestito alcune modalità dalla musica concreta e dalle avanguardie rese celebri principalmente da Pierre Schaeffer e Karl-Heinz Stockhausen, senza dimenticare John Cage e i suoi “Fontana Mix” creati a Milano nella seconda metà degli anni cinquanta.

Per alcuni anni questo modo di procedere diventò una regola a casa Miles e il trombettista, assieme a Teo Macero, la applicò anche a materiale registrato dal vivo in concerto, come nel caso del celebre Miles at Fillmore del giugno 1970. Lo stesso avviene oggi nel progetto di Nguyên Lê che infatti ricostruisce un paio di brani (“Mangustao” e “Byzance”) a partire da materiale registrato a Glasgow a fine ottobre del 2005, in occasione di un concerto in duo con Dhafer Youssef.

I risultati sono decisamente interessanti e il chitarrista si conferma una delle voci più originali e preparate del panorama della sei corde moderna. Straordinaria è soprattutto la sua capacità di fraseggio che si esprime anche nelle anguste stradine dove il tempo si fa molto mosso e la scansione è del tutto fuori dal canonico 4/4. Con Nguyên non si ha mai l’impressione di ascoltare delle scale o degli arpeggi ripetuti meccanicamente, ogni frase ha un suo senso ritmico e melodico, ogni passaggio impervio si risolve alla grande, con un apprezzabile senso compiuto.

I due compagni di strada sono sempre all’altezza della situazione e si trovano a loro agio negli scenari cangianti che profumano di oriente e di occidente, di emisferi contrapposti, di culture millenarie perse nella timeline seghettata del tempo, alternandosi fra le improvvisazioni che diventano come per magia nuove composizioni e un paio di brani già noti, a cominciare da quel “Chelsea Bridge” di Billy Strayhorn che brilla come una piccola gemma incastonata nel flusso creativo, con la tromba di Paolo Fresu in grande evidenza.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Maurizio Comandini scrive:</p>
<p>Il chitarrista franco-vietnamita Nguyên Lê affronta con i due amici Paolo Fresu e Dhafer Youssef una nuova sfida per la quale si da regole piuttosto interessanti che caratterizzano a livello strutturale e produttivo questo Homescape, un titolo decisamente programmatico.</p>
<p>L’idea è per l’appunto quella di utilizzare come ‘locus’ creativo lo studio di registrazione domestico del musicista, nel quartiere Barbès di Parigi. In questo ambiente familiare Nguyên si ritrova con Paolo Fresu (un musicista che è ormai cittadino del mondo, in costante peregrinazione per suonare in giro, soprattutto in Europa) e con il suonatore di oud Dhafer Youssef, anche lui emigrato di lusso, ma anche suo vicino di casa e quindi più facilmente raggiungibile.</p>
<p>Le loro improvvisazioni vengono registrate in lunghe sedute dove si cerca l’ispirazione e il bacio fatato della musa e poi con l’ausilio del computer vengono individuate sezioni che si prestano a diventare elementi tematici e il materiale prende forma in una quindicina di brani di breve o media durata (da due a sette minuti).</p>
<p>E’ una tecnica che assomiglia un po’, fatte le debite modifiche figlie della tecnologia ora disponibile, a quello che aveva fatto Teo Macero con Miles Davis alla fine degli anni sessanta. In quel caso i musicisti andavano in studio di registrazione, i nastri venivano lasciati correre senza sosta e poi si ricostruivano brani con montaggi creativi e soluzioni che prendevano a prestito alcune modalità dalla musica concreta e dalle avanguardie rese celebri principalmente da Pierre Schaeffer e Karl-Heinz Stockhausen, senza dimenticare John Cage e i suoi “Fontana Mix” creati a Milano nella seconda metà degli anni cinquanta.</p>
<p>Per alcuni anni questo modo di procedere diventò una regola a casa Miles e il trombettista, assieme a Teo Macero, la applicò anche a materiale registrato dal vivo in concerto, come nel caso del celebre Miles at Fillmore del giugno 1970. Lo stesso avviene oggi nel progetto di Nguyên Lê che infatti ricostruisce un paio di brani (“Mangustao” e “Byzance”) a partire da materiale registrato a Glasgow a fine ottobre del 2005, in occasione di un concerto in duo con Dhafer Youssef.</p>
<p>I risultati sono decisamente interessanti e il chitarrista si conferma una delle voci più originali e preparate del panorama della sei corde moderna. Straordinaria è soprattutto la sua capacità di fraseggio che si esprime anche nelle anguste stradine dove il tempo si fa molto mosso e la scansione è del tutto fuori dal canonico 4/4. Con Nguyên non si ha mai l’impressione di ascoltare delle scale o degli arpeggi ripetuti meccanicamente, ogni frase ha un suo senso ritmico e melodico, ogni passaggio impervio si risolve alla grande, con un apprezzabile senso compiuto.</p>
<p>I due compagni di strada sono sempre all’altezza della situazione e si trovano a loro agio negli scenari cangianti che profumano di oriente e di occidente, di emisferi contrapposti, di culture millenarie perse nella timeline seghettata del tempo, alternandosi fra le improvvisazioni che diventano come per magia nuove composizioni e un paio di brani già noti, a cominciare da quel “Chelsea Bridge” di Billy Strayhorn che brilla come una piccola gemma incastonata nel flusso creativo, con la tromba di Paolo Fresu in grande evidenza.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Napoli spara ! di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/11/25/37/#comment-32</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Nov 2007 23:51:34 +0000</pubDate>
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		<description>da Rockerilla, n. 283, marzo 2004

L’album dei napoletani Missselfdestrrruction aveva segnato una delle più belle uscite Snowdonia del 2001, ma nulla avrebbe fatto presagire la tappa successiva di Maurizio Argenziano e Massimo Spezzaferro , che hanno deciso di unire chitarra e batteria alla violista classica Anita Furlani ed al sassofonista jazz Mario Gabola per dar vita ad un idioma in costante mutamento, dove l’equilibrio tra scrittura e improvvisazione lascia vitali margini di incertezza e la struttura fortemente narrativa di quasi tutti i brani alterna feroci emissioni noise e severa avanguardia cameristica con studiata nonchalanche. Gabola lascia spesso trasparire la sua formazione bandistica, come nella sezione conclusiva di ‘Shitting Everywhere’, ma piega il linguaggio del suo sax ad una miriade di dialetti differenti, dal rock in opposition stile Henry Cow alla mitteleuropa degli ultimi Tuxedomoon passando per urticanti emissioni post-free. La viola si staglia nella sua compostezza accademica ogni qualvolta le rutilanti tempeste elettromagnetiche tendono a diradarsi, ma non disdegna anch’essa fitte figurazioni “in oppsition” e contaminazioni folk (belle le turcherie di “Addensantesi”). Il collettivo si muove con incastri ritmici e armonici perfetti, distendendosi quasi solo sull’inquieto lirismo di “Tutto Si Versa Fuori”, per il resto mantenendo una tensione spasmodica, rotta da sporadici sfoghi iconoclasti (l’attacco di “31 Salvitutti” ricorda le cascate di rumore e percussioni degli Absolute Zero). Prodotto da Alessandro Cartolari negli studi di Anatrofobia, l’album di A Spirale è ulteriore testimonianza dell’ottimo stato di salute di una scena free-rock radicale, da qualche anno affermatasi come uno dei veri filoni auriferi dell’underground nazionale. (Enrico Ramunni )</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>da Rockerilla, n. 283, marzo 2004</p>
<p>L’album dei napoletani Missselfdestrrruction aveva segnato una delle più belle uscite Snowdonia del 2001, ma nulla avrebbe fatto presagire la tappa successiva di Maurizio Argenziano e Massimo Spezzaferro , che hanno deciso di unire chitarra e batteria alla violista classica Anita Furlani ed al sassofonista jazz Mario Gabola per dar vita ad un idioma in costante mutamento, dove l’equilibrio tra scrittura e improvvisazione lascia vitali margini di incertezza e la struttura fortemente narrativa di quasi tutti i brani alterna feroci emissioni noise e severa avanguardia cameristica con studiata nonchalanche. Gabola lascia spesso trasparire la sua formazione bandistica, come nella sezione conclusiva di ‘Shitting Everywhere’, ma piega il linguaggio del suo sax ad una miriade di dialetti differenti, dal rock in opposition stile Henry Cow alla mitteleuropa degli ultimi Tuxedomoon passando per urticanti emissioni post-free. La viola si staglia nella sua compostezza accademica ogni qualvolta le rutilanti tempeste elettromagnetiche tendono a diradarsi, ma non disdegna anch’essa fitte figurazioni “in oppsition” e contaminazioni folk (belle le turcherie di “Addensantesi”). Il collettivo si muove con incastri ritmici e armonici perfetti, distendendosi quasi solo sull’inquieto lirismo di “Tutto Si Versa Fuori”, per il resto mantenendo una tensione spasmodica, rotta da sporadici sfoghi iconoclasti (l’attacco di “31 Salvitutti” ricorda le cascate di rumore e percussioni degli Absolute Zero). Prodotto da Alessandro Cartolari negli studi di Anatrofobia, l’album di A Spirale è ulteriore testimonianza dell’ottimo stato di salute di una scena free-rock radicale, da qualche anno affermatasi come uno dei veri filoni auriferi dell’underground nazionale. (Enrico Ramunni )</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Onora il padre, la madre e i Primus ! di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/11/19/onora-il-padre-la-madre-e-i-primus/#comment-30</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Nov 2007 00:13:35 +0000</pubDate>
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		<description>From Scaruffi.com:

Greatest rock bass players of all times:
1° Les Claypool (Primus)
Greatest rock drummers of all times:
7° Tim Alexander (Primus) 
Greatest rock guitarists of all times:
after 50° and before 100° Larry Lalonde</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>From Scaruffi.com:</p>
<p>Greatest rock bass players of all times:<br />
1° Les Claypool (Primus)<br />
Greatest rock drummers of all times:<br />
7° Tim Alexander (Primus)<br />
Greatest rock guitarists of all times:<br />
after 50° and before 100° Larry Lalonde</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Onora il padre, la madre e i Primus ! di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/11/19/onora-il-padre-la-madre-e-i-primus/#comment-29</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Nov 2007 00:01:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/11/19/onora-il-padre-la-madre-e-i-primus/#comment-29</guid>
		<description>Primus sucks! Les Claypool, californiano doc classe 1963, voce e basso dei Primus, non è un essere umano, e il trascorre degli anni (e degli album) ha fatto si che l’ipotesi che si trattasse di una specie di fumetto andato a male, a metà tra l’homocartoon rabbittiano e l’acid white/black di Frank Miller, non apparisse poi così remota, neppure ai più autorevoli commentatori. Prima di intraprendere qualsivoglia trattazione sul gruppo in questione, è opportuno rinfrescarsi la memoria, e consultare il dizionario della lingua italiana alla voce “alternativo”. Una volta trovata è d’uopo provvedere all’eliminazione concettuale di tale definizione, indossare un paio di bermuda, modellare i capelli con un impasto gelatinoso di dubbia provenienza, afferrare la tavola da surf e sognare l’onda perfetta. Ma non basta… occorre agguantare la summa omnia di quanto la cultura rock abbia generato nel corso di tre decadi (gli anni settanta, ottanta e novanta), mescolare l’infuso, agitarlo e spalmarlo su un 33 giri. La fase preliminare è così conclusa. Quando nel lontano 1983 viene scartato dai neonati Metallica, Les Claypool è un talentuoso musicista ventenne, un po’ fricchettone, che ha passato l’intera adolescenza bazzicando l’ambiente delle band locali della costa, come i Tommy Crack Band, i Sausage (che riformerà nel 1994) e i Blind Illusion, nei quali milita anche il futuro chitarrista dei Primus, Ler LaLonde. Sul finire degli ottanta, con gli amici Todd Huth e Jay Lane fonda i Primate, ma i due abdicano poco dopo. A questo punto Claypool convoca d’urgenza LaLonde e il batterista Tim Alexander. E’ il 1989, nastro azzurro per il mondo del rock: sono nati i Primus. Il primo vagito della band, manco a dirlo, è qualcosa di decisamente sui generis: Suck On This, un live energico che fotografa da vicino la potenzialità del trio, in una serie di istantanee sudate e stropicciate, dove a fare la parte del gigante è la micidiale tecnica slap di Claypool. Esordire con un disco dal vivo si rivela essere stata una mossa azzeccata: all’indomani del primo lavoro in studio, Frizzale Fry (1990, Caroline), i Primus hanno la possibilità di esibirsi davanti al pubblico dei Faith No More e dei Jane’s Addiction, che li scelgono come supporters per i loro rispettivi tour. L’anno dopo è la volta di Sailing The Sea Of Cheese (Interscope), capolavoro indiscusso del gruppo, capace di tenere la testa alle uscite grunge del periodo, sia per una sezione ritmica da brividi (basti pensare a brani come Eleven o Fish On) sia per la versatilità comica ed irriverente delle liriche firmate da Claypool. I risultati raccolti sono importantissimi: 500 mila copie vendute e la soddisfazione di avere tra i credits, un artista del calibro di Tom Waits. Divenuti un fenomeno culturale, e soprattutto band di cartello in numerosi festival estivi, i Primus seguitano a sfornare album a distanza ravvicinata. Nel 1993, preceduto dalla raccolta di cover Miscellaneous Debris, viene pubblicato il concept Pork Soda (Interscope), che conferma quanto di buono si era finora detto sui Primus, compensando la parziale assenza di lampi di genio incontrollato (che abbondavano nell’episodio del ’91) con una partitura di spessore che punta alla realizzazione di un suono più compatto e unito, seppur sempre sopra le righe. Nel 1994, Claypool trova il tempo per fare un disco con la sua vecchia band, i Sausage, con i quali realizza il trascurabile “Riddles are abound tonight”. Tales From The Punchbowl (1995, Interscope) apre una fase di transito lunga un triennio, che porterà alla realizzazione di un altro album in studio, il laconico Brown Album (1997, Interscope), all’allontanamento del batterista Alexander (rimpiazzato da Brian Mantia) e all’(in)aspettato episodio solista Highball With The Devil (1996, Interscope). In questi millenovantacinque giorni la stampa americana si arrovella sulla categoria di riferimento nella quale incastonare Les Claypool, montando e smontando, sette anni di pareri, definizioni, insulti, acclamazioni, dichiarazioni e recensioni. La sentenza passa in giudicato: i Primus sono una band in crisi e né l’ennesima raccolta di cover Rhinoplasty (1997, Interscope) né l’atteso Antipop (1999, Interscope) che annovera ospiti di lusso come Tom Morello, Fred Durst, Tom Waits e Stewart Copeland, sembrano volgere a favore di Claypool e compagni. A partire da questo momento l’attenzione intorno alla band cala vertiginosamente. I progetti collaterali di Claypool sono così numerosi che tenerne il conto è impossibile: con i Fearless Flying For Briagade realizza due album live di sole cover nel 2001 (il primo incentrato su materiale dei Beatles e dei King Crimson, il secondo, invece, interamente imperniato su Animals dei Pink Floyd) ed uno in studio, “Purple Onion”, nel 2002. Con il noto chitarrista Buckethead, il tastierista Bernie Worrel e l’ex Primus Brian, da vita alla crew Colonel Claypool’s Bucket of Bernie Brains, che si concentra inizialmente sulla sola attività concertistica. Rimarginati i rapporti con il batterista Brian, Claypool incide, insieme a LaLonde, l’ep/dvd Animals Should Not Try To Act Like People (2003, Interscope) e il documentario live Hallucino - Genetic Live 2004. Sempre nello stesso anno pubblica la versione in studio dei Colonel Claypool’s Bucket of Bernie Brains: “The Big Eyeball In The Sky”. In attesa che i Primus regalino ai propri fans il loro ottavo album (al riguardo sono innumerevoli le indiscrezioni fornite dalla rete), Claypool sta lavorando alla regia del suo primo film: “Electric Apricot”.
(Vittorio Bertone)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Primus sucks! Les Claypool, californiano doc classe 1963, voce e basso dei Primus, non è un essere umano, e il trascorre degli anni (e degli album) ha fatto si che l’ipotesi che si trattasse di una specie di fumetto andato a male, a metà tra l’homocartoon rabbittiano e l’acid white/black di Frank Miller, non apparisse poi così remota, neppure ai più autorevoli commentatori. Prima di intraprendere qualsivoglia trattazione sul gruppo in questione, è opportuno rinfrescarsi la memoria, e consultare il dizionario della lingua italiana alla voce “alternativo”. Una volta trovata è d’uopo provvedere all’eliminazione concettuale di tale definizione, indossare un paio di bermuda, modellare i capelli con un impasto gelatinoso di dubbia provenienza, afferrare la tavola da surf e sognare l’onda perfetta. Ma non basta… occorre agguantare la summa omnia di quanto la cultura rock abbia generato nel corso di tre decadi (gli anni settanta, ottanta e novanta), mescolare l’infuso, agitarlo e spalmarlo su un 33 giri. La fase preliminare è così conclusa. Quando nel lontano 1983 viene scartato dai neonati Metallica, Les Claypool è un talentuoso musicista ventenne, un po’ fricchettone, che ha passato l’intera adolescenza bazzicando l’ambiente delle band locali della costa, come i Tommy Crack Band, i Sausage (che riformerà nel 1994) e i Blind Illusion, nei quali milita anche il futuro chitarrista dei Primus, Ler LaLonde. Sul finire degli ottanta, con gli amici Todd Huth e Jay Lane fonda i Primate, ma i due abdicano poco dopo. A questo punto Claypool convoca d’urgenza LaLonde e il batterista Tim Alexander. E’ il 1989, nastro azzurro per il mondo del rock: sono nati i Primus. Il primo vagito della band, manco a dirlo, è qualcosa di decisamente sui generis: Suck On This, un live energico che fotografa da vicino la potenzialità del trio, in una serie di istantanee sudate e stropicciate, dove a fare la parte del gigante è la micidiale tecnica slap di Claypool. Esordire con un disco dal vivo si rivela essere stata una mossa azzeccata: all’indomani del primo lavoro in studio, Frizzale Fry (1990, Caroline), i Primus hanno la possibilità di esibirsi davanti al pubblico dei Faith No More e dei Jane’s Addiction, che li scelgono come supporters per i loro rispettivi tour. L’anno dopo è la volta di Sailing The Sea Of Cheese (Interscope), capolavoro indiscusso del gruppo, capace di tenere la testa alle uscite grunge del periodo, sia per una sezione ritmica da brividi (basti pensare a brani come Eleven o Fish On) sia per la versatilità comica ed irriverente delle liriche firmate da Claypool. I risultati raccolti sono importantissimi: 500 mila copie vendute e la soddisfazione di avere tra i credits, un artista del calibro di Tom Waits. Divenuti un fenomeno culturale, e soprattutto band di cartello in numerosi festival estivi, i Primus seguitano a sfornare album a distanza ravvicinata. Nel 1993, preceduto dalla raccolta di cover Miscellaneous Debris, viene pubblicato il concept Pork Soda (Interscope), che conferma quanto di buono si era finora detto sui Primus, compensando la parziale assenza di lampi di genio incontrollato (che abbondavano nell’episodio del ’91) con una partitura di spessore che punta alla realizzazione di un suono più compatto e unito, seppur sempre sopra le righe. Nel 1994, Claypool trova il tempo per fare un disco con la sua vecchia band, i Sausage, con i quali realizza il trascurabile “Riddles are abound tonight”. Tales From The Punchbowl (1995, Interscope) apre una fase di transito lunga un triennio, che porterà alla realizzazione di un altro album in studio, il laconico Brown Album (1997, Interscope), all’allontanamento del batterista Alexander (rimpiazzato da Brian Mantia) e all’(in)aspettato episodio solista Highball With The Devil (1996, Interscope). In questi millenovantacinque giorni la stampa americana si arrovella sulla categoria di riferimento nella quale incastonare Les Claypool, montando e smontando, sette anni di pareri, definizioni, insulti, acclamazioni, dichiarazioni e recensioni. La sentenza passa in giudicato: i Primus sono una band in crisi e né l’ennesima raccolta di cover Rhinoplasty (1997, Interscope) né l’atteso Antipop (1999, Interscope) che annovera ospiti di lusso come Tom Morello, Fred Durst, Tom Waits e Stewart Copeland, sembrano volgere a favore di Claypool e compagni. A partire da questo momento l’attenzione intorno alla band cala vertiginosamente. I progetti collaterali di Claypool sono così numerosi che tenerne il conto è impossibile: con i Fearless Flying For Briagade realizza due album live di sole cover nel 2001 (il primo incentrato su materiale dei Beatles e dei King Crimson, il secondo, invece, interamente imperniato su Animals dei Pink Floyd) ed uno in studio, “Purple Onion”, nel 2002. Con il noto chitarrista Buckethead, il tastierista Bernie Worrel e l’ex Primus Brian, da vita alla crew Colonel Claypool’s Bucket of Bernie Brains, che si concentra inizialmente sulla sola attività concertistica. Rimarginati i rapporti con il batterista Brian, Claypool incide, insieme a LaLonde, l’ep/dvd Animals Should Not Try To Act Like People (2003, Interscope) e il documentario live Hallucino &#8211; Genetic Live 2004. Sempre nello stesso anno pubblica la versione in studio dei Colonel Claypool’s Bucket of Bernie Brains: “The Big Eyeball In The Sky”. In attesa che i Primus regalino ai propri fans il loro ottavo album (al riguardo sono innumerevoli le indiscrezioni fornite dalla rete), Claypool sta lavorando alla regia del suo primo film: “Electric Apricot”.<br />
(Vittorio Bertone)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su e se tornasse l&#8217;estate? di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/11/16/e-se-tornasse-lestate/#comment-28</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Nov 2007 11:07:52 +0000</pubDate>
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		<description>[...] &quot;Nouvelle Vague&quot; è un disco delizioso.
Delizioso come l&#039;estate e come l&#039;estate velocemente deperibile.
Però l&#039;estate ritorna, ritorna ogni anno e fa si quest&#039;opera una fenice. O una sempreverde ciclicità.
Per due motivi: per l&#039;eternità raggiunta epidermicamente dalla bossanova. Per l&#039;eternità raggiunta e midollare del post-punk. Sempre di onde nuove si tratta, che siano francesi come i nostri due autori, brasilere come Jobim e i Gilbertos, o anglosassoni come gli autori dei pezzi originali qui coverizzati.

E&#039; difficile buttare giù due righe se nel frattempo la musica scorre attorno. Se i movimenti del mio capo o il ticchettare ritmico delle dita sulla mia tastiera sono reali, beh, l&#039;unica cosa che mi viene in mente è riempire con tali immagini il mio concetto di &quot;irresistibilità&quot;.

L&#039;idea è furba: iniziare la celebrazione di musica ancora troppo vicina nel tempo per prendere il posto di Gianni Morandi e Caterina Caselli nei lettori di noi al passaggio fra la condizione di figli a quella di genitori, e decontestualizzarla però in maniera radicale.
Per accentuare l&#039;effetto straniamento cooptare più vocalists donna di giovane età, sincerandosi che non conoscano la materia cantata, e ammantare poi il tutto di campanacci, fischietti, chitarre acustiche e spazzole.
Il risultato è sorprendente, ammaliante, freschissimo, sensualmente penetrante.
E così la voce di Andrew Eldritch, quintessenza di caverna ugolare platonica, diventa il morbido velluto di sospiri di Alex; l&#039;inglesità nasale di Colin Moulding diviene la strascicata lascivia di Camille; mentre il lamento viscerale di Robert Smith perso nella foresta tutto solo muta, al passaggio fra le corde vocali di Marina, in una scena con Emmanuelle nel boschetto poco al largo di una tenuta coloniale. (Perché tanto, in fondo, alla fine anche i Cure presero ad usare la marimba).
E solo per sineddoche indicherò la stupenda &quot;In a manner of speaking&quot; dei Tuxedomoon che qui spicca per dolcezza e suadenza, come classico assoluto, in originale ed in cover.
Sembra stata scritta dai Nouvelle Vague, ovvero da Marc Collin e Olivier Libaux, due furbastri geniali, due marpioni scaltri a cui rendiamo onore, perché tanto, tornerà un altro inverno, cadranno mille petali di rose e la neve coprirà tutte le cose..

(http://www.indiepop.it/bands/nouvellevague.htm)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] &#8220;Nouvelle Vague&#8221; è un disco delizioso.<br />
Delizioso come l&#8217;estate e come l&#8217;estate velocemente deperibile.<br />
Però l&#8217;estate ritorna, ritorna ogni anno e fa si quest&#8217;opera una fenice. O una sempreverde ciclicità.<br />
Per due motivi: per l&#8217;eternità raggiunta epidermicamente dalla bossanova. Per l&#8217;eternità raggiunta e midollare del post-punk. Sempre di onde nuove si tratta, che siano francesi come i nostri due autori, brasilere come Jobim e i Gilbertos, o anglosassoni come gli autori dei pezzi originali qui coverizzati.</p>
<p>E&#8217; difficile buttare giù due righe se nel frattempo la musica scorre attorno. Se i movimenti del mio capo o il ticchettare ritmico delle dita sulla mia tastiera sono reali, beh, l&#8217;unica cosa che mi viene in mente è riempire con tali immagini il mio concetto di &#8220;irresistibilità&#8221;.</p>
<p>L&#8217;idea è furba: iniziare la celebrazione di musica ancora troppo vicina nel tempo per prendere il posto di Gianni Morandi e Caterina Caselli nei lettori di noi al passaggio fra la condizione di figli a quella di genitori, e decontestualizzarla però in maniera radicale.<br />
Per accentuare l&#8217;effetto straniamento cooptare più vocalists donna di giovane età, sincerandosi che non conoscano la materia cantata, e ammantare poi il tutto di campanacci, fischietti, chitarre acustiche e spazzole.<br />
Il risultato è sorprendente, ammaliante, freschissimo, sensualmente penetrante.<br />
E così la voce di Andrew Eldritch, quintessenza di caverna ugolare platonica, diventa il morbido velluto di sospiri di Alex; l&#8217;inglesità nasale di Colin Moulding diviene la strascicata lascivia di Camille; mentre il lamento viscerale di Robert Smith perso nella foresta tutto solo muta, al passaggio fra le corde vocali di Marina, in una scena con Emmanuelle nel boschetto poco al largo di una tenuta coloniale. (Perché tanto, in fondo, alla fine anche i Cure presero ad usare la marimba).<br />
E solo per sineddoche indicherò la stupenda &#8220;In a manner of speaking&#8221; dei Tuxedomoon che qui spicca per dolcezza e suadenza, come classico assoluto, in originale ed in cover.<br />
Sembra stata scritta dai Nouvelle Vague, ovvero da Marc Collin e Olivier Libaux, due furbastri geniali, due marpioni scaltri a cui rendiamo onore, perché tanto, tornerà un altro inverno, cadranno mille petali di rose e la neve coprirà tutte le cose..</p>
<p>(<a href="http://www.indiepop.it/bands/nouvellevague.htm" rel="nofollow">http://www.indiepop.it/bands/nouvellevague.htm</a>)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su  di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/11/16/35/#comment-27</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Nov 2007 12:56:45 +0000</pubDate>
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		<description>Dopo un esordio passato quasi inosservato per via della scarsa distribuzione e la curiosità suscitata invece dalla seconda prova discografica (“Amnésie”, del 2004), giunge al terzo album – quello della maturità - questa band francese dalla line-up quantomeno insolita.
La strumentazione utilizzata dal sestetto è infatti quasi una sfida alla banalità e agli stereotipi: rispondono all’appello un cantante/chitarrista, Dominique Leonetti, autore di testi e musiche, il chitarrista Gédéric Byar, il bassista Sylvain Bayol che preferisce il Chapman Stick e la Warr Guitar (lo strumento a corde reso celebre da Trey Gunn e suonato con una particolare tecnica di “tapping”) al tradizionale basso elettrico e i due percussionisti Yohan Simeon e Frédéric Juan a destreggiarsi tra tamburi, metallofoni, vibrafoni e marimbas; infine Claude (e l’ho lasciato per ultimo perché si tratta del vero asso nella manica), l’altro fratello Leonetti, a rubare la scena con uno strumento di sua invenzione. Chi ricorda lo Shulberry dei Gentle Giant? Beh, in questo caso abbiamo a che fare con la Léode, dall’aspetto esteriore non troppo dissimile dallo stick ma privo di corde. Quando Claude perse l’uso del braccio sinistro a causa di un incidente motociclistico, fece di necessità virtù e non potendo più suonare una chitarra si appassionò alla musica elettronica, in particolare alla creazione di suoni generati da sintetizzatori e modellati tramite computer. Assieme al progettista Vincent Maury, sviluppò così un improbabile ibrido tra una chitarra elettrica, un synth, un oboe ed una “sega musicale” che battezzò con una contrazione del suo nome. Il pad dello strumento comanda un campionatore ed una serie di effetti per mezzo di un sistema midi, e può essere assimilato per concezione al “Continuum” utilizzato da Jordan Rudess dei Dream Theater.
Perdonatemi per essermi dilungato sugli aspetti tecnologici, ma credo fosse necessario poiché la musica proposta dai Lazuli risente parecchio della scelta di tale coraggiosa “tavolozza”, risultando molto personale ed originale.
Sarebbe infatti una grossolana semplificazione parlare di una versione dal sapore “etnico” e meno sinfonico dei migliori Ange (le liriche, poetiche ed immaginifiche, sono giustamente in lingua madre), così come suona un po’ scontato il paragone con il Peter Gabriel di Security e Up (però ascoltate “L’arbre”…), ma è più o meno in quei frangenti che si va a finire, condotti dalla suadente voce di Dominique, dallo stridulo timbro della Léode (a volte identica al timbro di una chitarra in overdrive…) e dalle onnipresenti percussioni idiofone.
Abbiamo così brani orchestrali e onirici come “Lasse courir”, stacchi di potenza inaspettata come nel brano di apertura “En avant doute”, le molte facce della sinistra “Le repas del ogre” che in soli cinque minuti cita le sperimentazioni di scuola francese e le immagini allegoriche di Christan Decamps e la delicatezza di “La valse à cent ans” che ci fa apprezzare appieno l’espressività di Dominique come interprete.
A proposito di Ange, risulta naturale l’inclusione di una cover abbreviata di “Captaine Coeur de Miel”: una buona interpretazione vocale, anche se meno selvaggia dell’inarrivabile istrione di Belfort; il magnifico assolo di chitarra in chiusura è probabilmente opera di Claude Leonetti e della sua creatura aliena e richiama le digressioni sognanti degli ultimi Pink Floyd, quelli di “High Hopes” e “Sorrow”.
La chiusura con “Cassiopée”, dalla struttura più tradizionale, elettroacustica, godibile, ci ricorda che l’album è tutt’altro che cervellotico e che la melodia ne costituisce parte fondamentale; un disco con i piedi ben piantati nel presente e che ci conferma che prog in Francia è ancora sinonimo di evoluzione. Il CD viene distribuito assieme ad un DVD contenente una breve esibizione live (metà dei brani eseguiti non sono contenuti nell’album) ed un simpatico documentario sull’invenzione della Léode. Consigliato.
(Mauro Ranchicchio)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un esordio passato quasi inosservato per via della scarsa distribuzione e la curiosità suscitata invece dalla seconda prova discografica (“Amnésie”, del 2004), giunge al terzo album – quello della maturità &#8211; questa band francese dalla line-up quantomeno insolita.<br />
La strumentazione utilizzata dal sestetto è infatti quasi una sfida alla banalità e agli stereotipi: rispondono all’appello un cantante/chitarrista, Dominique Leonetti, autore di testi e musiche, il chitarrista Gédéric Byar, il bassista Sylvain Bayol che preferisce il Chapman Stick e la Warr Guitar (lo strumento a corde reso celebre da Trey Gunn e suonato con una particolare tecnica di “tapping”) al tradizionale basso elettrico e i due percussionisti Yohan Simeon e Frédéric Juan a destreggiarsi tra tamburi, metallofoni, vibrafoni e marimbas; infine Claude (e l’ho lasciato per ultimo perché si tratta del vero asso nella manica), l’altro fratello Leonetti, a rubare la scena con uno strumento di sua invenzione. Chi ricorda lo Shulberry dei Gentle Giant? Beh, in questo caso abbiamo a che fare con la Léode, dall’aspetto esteriore non troppo dissimile dallo stick ma privo di corde. Quando Claude perse l’uso del braccio sinistro a causa di un incidente motociclistico, fece di necessità virtù e non potendo più suonare una chitarra si appassionò alla musica elettronica, in particolare alla creazione di suoni generati da sintetizzatori e modellati tramite computer. Assieme al progettista Vincent Maury, sviluppò così un improbabile ibrido tra una chitarra elettrica, un synth, un oboe ed una “sega musicale” che battezzò con una contrazione del suo nome. Il pad dello strumento comanda un campionatore ed una serie di effetti per mezzo di un sistema midi, e può essere assimilato per concezione al “Continuum” utilizzato da Jordan Rudess dei Dream Theater.<br />
Perdonatemi per essermi dilungato sugli aspetti tecnologici, ma credo fosse necessario poiché la musica proposta dai Lazuli risente parecchio della scelta di tale coraggiosa “tavolozza”, risultando molto personale ed originale.<br />
Sarebbe infatti una grossolana semplificazione parlare di una versione dal sapore “etnico” e meno sinfonico dei migliori Ange (le liriche, poetiche ed immaginifiche, sono giustamente in lingua madre), così come suona un po’ scontato il paragone con il Peter Gabriel di Security e Up (però ascoltate “L’arbre”…), ma è più o meno in quei frangenti che si va a finire, condotti dalla suadente voce di Dominique, dallo stridulo timbro della Léode (a volte identica al timbro di una chitarra in overdrive…) e dalle onnipresenti percussioni idiofone.<br />
Abbiamo così brani orchestrali e onirici come “Lasse courir”, stacchi di potenza inaspettata come nel brano di apertura “En avant doute”, le molte facce della sinistra “Le repas del ogre” che in soli cinque minuti cita le sperimentazioni di scuola francese e le immagini allegoriche di Christan Decamps e la delicatezza di “La valse à cent ans” che ci fa apprezzare appieno l’espressività di Dominique come interprete.<br />
A proposito di Ange, risulta naturale l’inclusione di una cover abbreviata di “Captaine Coeur de Miel”: una buona interpretazione vocale, anche se meno selvaggia dell’inarrivabile istrione di Belfort; il magnifico assolo di chitarra in chiusura è probabilmente opera di Claude Leonetti e della sua creatura aliena e richiama le digressioni sognanti degli ultimi Pink Floyd, quelli di “High Hopes” e “Sorrow”.<br />
La chiusura con “Cassiopée”, dalla struttura più tradizionale, elettroacustica, godibile, ci ricorda che l’album è tutt’altro che cervellotico e che la melodia ne costituisce parte fondamentale; un disco con i piedi ben piantati nel presente e che ci conferma che prog in Francia è ancora sinonimo di evoluzione. Il CD viene distribuito assieme ad un DVD contenente una breve esibizione live (metà dei brani eseguiti non sono contenuti nell’album) ed un simpatico documentario sull’invenzione della Léode. Consigliato.<br />
(Mauro Ranchicchio)</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su a dévorer l&#8217;amour di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/09/30/16/#comment-23</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Oct 2007 22:35:09 +0000</pubDate>
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		<description>artwork: http://sharebee.com/56b7848b</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>artwork: <a href="http://sharebee.com/56b7848b" rel="nofollow">http://sharebee.com/56b7848b</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su ricordi bolognesi di klatubaradanikto</title>
		<link>http://klatubaradanikto.wordpress.com/2007/10/23/ricordi-bolognesi/#comment-22</link>
		<dc:creator>klatubaradanikto</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Oct 2007 00:21:52 +0000</pubDate>
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		<description>SPLATTERPINK
In sette anni di carriera di cui quattro documentati su due CD, oltre cento concerti sparsi fra clubs e centri sociali, gruppo spalla nei concerti di P.J. Harvey, Asian Dub Foundation e No Mens No, gli Splatterpink di stroncature ne hanno ricevute ben poche, anzi nessuna. Definiti su &quot;Fare Musica&quot; [n.191] da Elio Bussolino come &quot;una delle più audaci e lucide espressioni della scena indipendente e alternativa nazionale, agganciati da John Peel che li ha più volte recensiti e programmati su BBC, con una nutrita e più che positiva rassegna stampa alle stampe ed al contempo eternamente esclusi dal mainstream imperante. Forti ora di due distribuzioni statunitensi (Cuneiform, Insect Eater), il quartetto in questione si è guadagnato la fama di gruppo più oltranzista e radicale in circolazione. Partendo da matrici funk, hard core, noise, blues e jazz, gli Splatterpink danno vita ad un teatrino teso e allucinato, ai limiti del patologico. Un set live alimentato dal continuo rimpasto di soluzioni ritmiche, portato all&#039;estremo con tempi spezzati, stop and go, risoluzioni armoniche durissime ed improvvisazioni, parole al vetriolo sgangheratamente rappate, il tutto supportato da furiosi riffs di basso, da un sax incendiario e malato, da una chitarra perennemente in bilico fra core e jazz e dal liquido fluire di un nuovo drumming. Musica solo in apparenza libera e sregolata, in realtà lucida e rigorosa.
(www.musicclub.it)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>SPLATTERPINK<br />
In sette anni di carriera di cui quattro documentati su due CD, oltre cento concerti sparsi fra clubs e centri sociali, gruppo spalla nei concerti di P.J. Harvey, Asian Dub Foundation e No Mens No, gli Splatterpink di stroncature ne hanno ricevute ben poche, anzi nessuna. Definiti su &#8220;Fare Musica&#8221; [n.191] da Elio Bussolino come &#8220;una delle più audaci e lucide espressioni della scena indipendente e alternativa nazionale, agganciati da John Peel che li ha più volte recensiti e programmati su BBC, con una nutrita e più che positiva rassegna stampa alle stampe ed al contempo eternamente esclusi dal mainstream imperante. Forti ora di due distribuzioni statunitensi (Cuneiform, Insect Eater), il quartetto in questione si è guadagnato la fama di gruppo più oltranzista e radicale in circolazione. Partendo da matrici funk, hard core, noise, blues e jazz, gli Splatterpink danno vita ad un teatrino teso e allucinato, ai limiti del patologico. Un set live alimentato dal continuo rimpasto di soluzioni ritmiche, portato all&#8217;estremo con tempi spezzati, stop and go, risoluzioni armoniche durissime ed improvvisazioni, parole al vetriolo sgangheratamente rappate, il tutto supportato da furiosi riffs di basso, da un sax incendiario e malato, da una chitarra perennemente in bilico fra core e jazz e dal liquido fluire di un nuovo drumming. Musica solo in apparenza libera e sregolata, in realtà lucida e rigorosa.<br />
(www.musicclub.it)</p>
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