klaatu barada nikto


chi manca? … bop
18 Aprile 2008, 9:19 pm
Archiviato in: jazz, live

Betty Carter – Feed the Fire

Verve 1993

Recorded October 30, 1993, at the Royal Festival Hall, London

Line-up:

Betty Carter – vocals
Geri Allen – piano
Dave Holland – double bass
Jack DeJohnette – drums

Tracklist:

  1. “Feed the Fire” (Geri Allen) – 11:20
  2. “Love Notes” (Betty Carter, Mark Zubek) – 7:11
  3. Sometimes I’m Happy” (Irving Caesar, Clifford Grey, Vincent Youmans) – 3:33
  4. “Lover Man (Oh Where Can You Be?)” (Jimmy Davis, Ram Ramirez, Jimmy Sherman) – 9:13
  5. “I’m All Smiles” (Michael Leonard, Herbert Martin) – 5:26
  6. “If I Should Lose You” (Ralph Rainger, Leo Robin) – 6:24
  7. “All or Nothing at All” (Arthur Altman, Jack Lawrence) – 8:11
  8. “What Is This Tune?” (Carter, Jack DeJohnette) – 7:20
  9. “Day Dream” (Duke Ellington, John Latouche, Billy Strayhorn) – 12:08
  10. “B’s Blues” (Carter) – 2:21

Genere: jazz & stars
Durata: 73′ a 128 CBR
Input: il video che non c’entra niente col disco ma che merita…


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Addio Betty Carter, ultima regina del jazz classico Se ne e’ andata l’ultima delle grandi vocalist del jazz classico: Betty Carter, nome d’arte di Lillie Mee Jones. Aveva 68 anni ed era malata da tempo, ma lo nascondeva con naturalezza e continuava a cantare. Era nata a Flint nel Michigan e aveva studiato pianoforte al Conservatorio di Detroit dove aveva cominciato anche a frequentare una chiesa battista, non per fervore religioso, quanto per potersi unire al coro. Appena diplomata, Lionel Hampton l’aveva accolta nella sua Big Band. Poi lei aveva preferito lasciare l’orchestra per essere piu’ libera. Cosi’ aveva incontrato Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, tutti i grandi che ne apprezzavano il dinamismo, quel suo modo stralunato di vocalizzare, di prendere uno standard e rivoltarlo completamente. I suoi anni erano dominati da Ella Fitzgerald, da Sarah Vaughan, da Carmen McRae e non era facile farsi strada davanti a quelle tre regine, ma mentre le grandi cedevano spesso alle lusinghe dei discografici, lei era inflessibile: cantava solo come si sentiva. Qualcuno aveva cominciato a chiamarla “Adolf delle SS”, anche per la disciplina ferrea che imponeva ai suoi accompagnatori. Altri l’avevano invece ribattezzata “Betty Be Bop” per la sua fede nel nuovo jazz dei Parker e dei Gillespie. E al be bop e’ sempre rimasta legata entrando addirittura nel mito: grazie ai suoi scat, ai suoi improvvisi cambi di tempo, alla carnalita’ bluesy dei suoi timbri ombrosi, sensuali che poi svettavano in acuti e trilli laceranti. Amava le avventure impossibili come quando nel 1961 si era presentata all’Apollo, in Harlem, con lo stesso programma che aveva proposto poche sere prima Ray Charles e il celebre soul man l’aveva invitata a incidere con lui. La sua vita privata e sentimentale era trascorsa come il suo canto: inquieta. Diceva lei stessa che il suo unico rifugio era il canto. E, cosi’, si e’ esibita fino all’ultimo. Vittorio Franchini

Franchini Vittorio (28 settembre 1998) – Corriere della Sera

Commento di klatubaradanikto




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