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23 Marzo 2008, 3:02 pm
Archiviato in: avant-jazz, experimental, jazz, jazz-core, live

JOHN ZORN - Electric Masada: 50th Birthday Celebration Volume Four

Tzadik 2004

John Zorn (sax alto)
Marc Ribot (chitarra elettrica)
Jamie Saft (tastiere)
Ikue Mori (computer)
Trevor Dunn (basso elettrico)
Joey Baron, Kenny Wollesen (batteria)
Cyro Baptista (percussioni)

Tracklist:

01. Tekufah - 14:33
02. Idalah-Abal - 6:18
03. Hadasha - 13:48
04. Hath-Arob - 4:08
05. Yatzar - 9:20
06. Lilin - 15:41
07. Kisofim - 8:41

Durata: 1h 12 min
Genere: Jazz, rock and all points in between


2 Commenti finora
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di Mattia Paneroni su ondarock.it

Compositore, saxofonista, produttore, ideatore e titolare dell’etichetta discografica indipendente Tzadik, nonché affermato talent-scout, John Zorn ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno proprio lo scorso anno.
Zorn è senza dubbio una delle figure-chiave della musica contemporanea: la sua incessante attività di musicista, supportata da una profonda curiosità per tutto ciò che è “nuovo”, da un eclettismo ai limiti della bulimia e da un’incontrollabile prolificità discografica che farebbe impallidire dalla vergogna persino uno Zappa o uno Jandek, lo ha portato a percorrere disparati sentieri artistici con estrema disinvoltura, anche a costo d’incappare in qualche insuccesso.

Impresa assai ardua, se non impossibile, è tentare di ridurre a una sola definizione la proposta musicale di Zorn: musica cameristica, classica contemporanea, avanguardia rumorista, jazz, colonne sonore, hardcore e lap-top sono soltanto alcuni degli elementi che sorreggono una fitta trama discografica in costante divenire (il nostro ha centinaia di dischi all’attivo, a proprio nome o con ragioni sociali a lui riconducibili). Non da meno sono i progetti a cui collabora regolarmente, in parallelo alla propria attività solista: Locus Solus (con Arto Lindsay, Peter Blegvad, Christian Marclay e Anton Fier ), Naked City (Bill Frisell, Fred Frith, Wayne Horvitz, Joey Baron e, saltuariamente, il folle Yamatzuka Eye dei Boredoms), Painkiller (Bill Laswell e Mick Harris, membro dei Napalm Death) e Masada (un’infinità di nomi, davvero: si fa prima a dire chi non vi abbia partecipato…), autentici super-gruppi formati da quanto di meglio l’intellighenzia musicale di fine Novecento abbia potuto offrire alla contemporaneità.

Cinquant’anni, si diceva. Sì, perché questi cinquant’anni non potevano passare inosservati, specie per chiunque possegga uno spiccato spirito imprenditoriale. Perché, dunque, non celebrarli programmando cinquanta serate con altrettante formazioni? La location, manco a dirlo, sarà il Tonic (prestigioso tempio delle avanguardie situato a Manhattan, nel pittoresco Lower East Side) e il tutto, ovviamente, sarà registrato, documentato su compact disc, impacchettato (in variopinti digipack realizzati dalla designer cinese Heung-Heung Chin, alias Chippy) e distribuito al mondo intero. Un progetto ambizioso, che non ha precedenti nella storia della musica: anche il più irriducibile dei fan dell’artista newyorkese, infatti, si troverà smarrito dinnanzi a una simile pletora di registrazioni che, a giudicare dai primi sei capitoli fino ad ora pubblicati (uno al mese, più o meno, da febbraio 2004), vantano un’incommensurabile qualità artistica.

Si parte, dunque, con il Masada String Trio (Zorn alla direzione e alla composizione, Marc Feldman al violino, Eric Friedlander al violoncello e Greg Cohen al contrabbasso: undici tracce memorabili incendiate dalle interpretazioni di tre dei migliori musicisti acustici viventi!) e si prosegue con il duo di John Zorn e Milford Graves, con Locus Solus in trio, con il gruppo Electric Masada, con un altro duo, questa volta composto da Zorn e Fred Frith e con il trio Hemophiliac.

Tra queste appetitose prime uscite, quella che lascerà una profonda traccia negli annali della musica contemporanea è la quarta, affidata all’ensemble Electric Masada (”Masada” è il nome del progetto creato agli inizi degli anni Novanta da Zorn, con l’obiettivo di riportare alla luce, reinterpretare e infondere nuova linfa vitale alla tradizione musicale ebraica): si tratta di un meraviglioso lavoro di sintesi, che spazia dal jazz elettrico (i primi riferimenti che balzano alla mente sono i davis-iani “Bitches Brew” e “Jack Johnson”) alla no wave, passando per il prog dei King Crimson e l’hard rock. Le sette composizioni (nulla è lasciato all’improvvisazione!) presenti in questo lavoro di pregiatissima fattura sono estremamente diverse tra loro, pur individuando un leit motiv nel potenziale espressivo e nell’abilità esecutiva dei musicisti coinvolti.

La formazione è letteralmente da cedimento delle coronarie: John Zorn (saxofono contralto), Marc Ribot (chitarra elettrica), Jamie Saft (Fender Rhodes), Ikue Mori (lap-top), Trevor Dunn (basso), Joey Baron e Kenny Wollesen (batterie), Cyro Baptista (percussioni). La prima traccia, intitolata “Tekufa”, presenta un incipit costruito su fraseggi lisergici di Fender Rhodes (Saft) e ipnotici tribalismi percussivi (Baptista); “Idalah-Abal”, introdotta dalla potenza della chitarra elettrica di Ribot e dall’incedere fragoroso di una sezione ritmica mozzafiato (Dunn, Baron e Wollesen), è un susseguirsi di esplosioni e colpi di scena; si prosegue con “Hadasha”, tredici minuti e quarantotto secondi di crescendo emozionale che principia con l’insolito abbinamento tra le percussioni del bravissimo Baptista e il sublime tocco di laptop di Ikue Mori (mai una nota fuori posto, mai una frequenza fine a se stessa); quando subentra la chitarra di Ribot, arricchita dell’effetto “wah-wah” e “bluesy” come non mai, non ci si può trattenere dallo scandire il tempo con il piede e ripensare a quei vecchi polizieschi che, negli anni Settanta, hanno fatto la fortuna delle sale cinematografiche di “serie B”; il saxofono contralto di Zorn si produce in un violento delirio di passione che, durante un progressivo chetarsi, lascia intendere un background emotivo che pesca a piene mani dal cool dei Fifties.

La struttura di “Hath-Arob” consta di schizofrenici inseguimenti ritmici all’insegna dell’atonalità, che farebbero sì la gioia di Ornette Coleman, ma anche dei Ruins. Poi ci sono “Yatzar”, “Lilin” e “Kisofim”, summa del lirismo Zorn-iano nonché vetrina del virtuosismo chitarristico di Ribot che, a più riprese, omaggia il desertico Ry Cooder. Ciò che impressiona di questa incisione è il perfetto equilibrio, l’intesa e la coesione dei musicisti, che sembrano suonare assieme da sempre e che coinvolgono l’ascoltatore al punto da indurlo a credere di essere proprio lì, sul palco, assieme a loro.

“Electric Masada: 50th Birthday Celebration Volume Four” si colloca al vertice della produzione Zorn-iana e costituisce uno dei primi grandi capisaldi della musica tout-court d’inizio millennio. Imperdibile.

Commento di klatubaradanikto 23 Marzo 2008 @ 4:34 pm

Il party zorniano inizia con la due batterie, uno spettacolo a se stante. Baron e Wollesen scandiscono figure roventi, circensi, ciascuno chiamando l’altro al rilancio immediato.
Con le due batterie, Electric Masada ha una marcia in più.
Come fa capire “Tekufah”, che apre questo volume registrato al Tonic di New York, in occasione dei cinquant’anni del capobanda celebrati nel settembre 2003.

Le frequenze cinguettanti del laptop di Ikue Mori spingono verso dissonanze calibrate: emerge dapprima il jolly percussivo di Cyro Baptista, poi un riff- àncora decretato dalla chitarra spavalda di Marc Ribot. È un po’ il biglietto da visita, uno schema che si ripeterà, che va a regime col vamp di basso elettrico che Trevor Dunn rumina in 6/8.
È il momento del boss. Zorn espone il tema, poi costruisce un assolo da manuale, alternando come di consueto un eloquio seducente a graffi crudeli.
Il ritornello orientaleggiante è doppiato dal piano elettrico di Saft, che in Masada sembra incerto tra la sonorità del Corea con Davis e quella di Gregg Rolie con la Santana Band. Uno spasso. Ma la passerella non ha pause. Ecco la giostra di sole percussioni, i lamenti chitarristici col wha-wha, i ritorni a capo e la sfumata finale.

Electric Masada sembra una “garage band” però di virtuosi e consapevoli veterani, che rispolverano i suoni degli anni ‘70 con divertimento greve ma contagioso.
Il progetto ha più di dieci anni ormai e agli esordi era proprio “elettrico”, prima che il quartetto acustico scoprisse le sue sublimi possibilità. Però era un’altra cosa, più nichilista, sperimentale.
Era un asciutto quartetto (Zorn, Medeski, Martin, Ribot), aperto a tutto.
Ora è più una allstar che va in tournée per stupire le nuove generazioni di fan.

È un gruppo di rock, sostanzialmente. Un insieme di suoni mimetici, che vogliono alludere e giocare, ma che prendono vita creativa in virtù della personalità debordante dei giocatori.
“Idalah-Abal” è in questo esemplare. Vengono in mente persino i Deep Purple, l’enfasi è iperbolica ma ironica e si assolutizza nell’impressionante saturazione finale.
C’è come una dicotomia tra lo stile dei solisti, sempre notevole, e il materiale grezzo, spesso di candida semplicità.
Dunque la fruizione di questa musica è condizionata più che in altre occasioni dal punto di vista. Chi rimprovera a Zorn di essersi ormai seduto sugli allori forse detesterà Electric Masada.
Chi invece non sta lì a sottilizzare e sa che l’autore in fondo ha sempre pigiato sul pedale dell’ambiguità, troverà questo disco irresistibile.

Ci si chiede ancora che senso abbia questo insistere sul folk mediorientale, se non quello di seppellire per sempre il sentimento apolide e affermare invece un’identità forte, un’appartenenza che è anche scelta di campo sociale. Ma anche qui, l’ambiguità regna sovrana.

Le diverse anime della musica “ebraica” convivono, se è vero che “Hadasha” dà spazio a ritmi di origine ispanica, tradotti con una semplice quanto energica scansione afro- cubana, dove Zorn dà il meglio in un zigzagare dapprima melodico-pulito, poi boppistico, infine liberissimo.
Certo che vedere il gruppo in pedana è ancora un’altra cosa, con la complicità tra i musici, la teatralità di Baptista, le conduzioni gestuali di Zorn.
Il repertorio si placa un poco con il temino di “Yatzar” e con “Lilin”, fino al rush finale di “Kisofim”, dal crescendo quasi epico.
Vivamente consigliato.

Stefano Merighi su allaboutjazz.com

Commento di klatubaradanikto 23 Marzo 2008 @ 4:38 pm



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